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Abstract
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In un passo di Shakespeare che i filosofi amano tanto citare, Amleto ricorda al buon Orazio che ci sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sogni la nostra filosofia. Non è detto che avesse ragione, ma il rischio è reale ed è bene stare all’erta: anche i filosofi – e di conseguenza la scienza, se usiamo questi termini secondo il loro significato più classico – tendono a cadere vittime del proprio provincialismo, e che le loro categorie siano adatte a coprire l’universo toto è piuttosto improbabile. Proprio come Marco Polo, dinnanzi ai rinoceronti di Java, non seppe fare di meglio che confonderli per unicorni; proprio come gli Aztechi, non avendo mai visto un cavallo, si accontentarono di pensare che quelli su cui sopraggiungevano i conquistadores fossero dei cervi; e proprio come i coloni australiani si trovarono in difficoltà nel classificare i primi esemplari di quell’animale che oggi chiamiamo ornitorinco (non una talpa, per via del becco; non un’anatra, per via delle quattro zampe; non un mammifero, per via delle uova; non un rettile, per via del sangue caldo) – ebbene, allo stesso modo i filosofi e la scienza tutta corrono costantemente il rischio di impelagarsi in tentativi disperati volti a schiacciare la meravigliosa diversità dell’universo che ci circonda entro schemi categoriali poveri e limitati, frutto della nostra scarsa immaginazione prima ancora che della sua razionalizzazione.
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