I trabocchetti della rappresentazione spaziale

Abstract
Molti sistemi cognitivi, tra cui anche alcuni agenti artificiali, devono rappresentare lo spazio e gli oggetti spaziali per muoversi e agire in modo soddisfacente (per evitare un ostacolo, cogliere un frutto, decidere un punto dove atterrare). Nel caso degli esseri umani, la rappresentazione dello spazio ha anche un aspetto linguistico: sappiamo descrivere le relazioni spaziali o comprendere il significato di una preposizione come ‘tra’ immaginando una situazione spaziale cui essa si applichi. La rappresentazione dello spazio è pertanto un soggetto di studio che occupa una posizione centrale nelle scienze cognitive. In questo articolo intendiamo proporne una ricognizione metodologica. Precisiamo subito che ci occuperemo soltanto delle rappresentazioni “distaccate” (cioè non egocentrice e non prospettiche) dello spazio in cui agisce un sistema cognitivo, rimandando a Casati e Dokic (1994) per alcuni spunti sugli altri aspetti. Lasceremo inoltre impregiudicate questioni metafisiche complesse quali l’identità tra lo spazio descritto dal senso comune e lo spazio descritto in un trattato di microfisica o di astronomia. Tenendo presenti queste limitazioni, passeremo in rassegna una serie di problemi metodologici. In alcuni casi si tratta di problemi effettivamente esemplificati nella letteratura contemporanea; in altri casi si tratta più che altro di tentazioni che hanno tuttavia alle spalle una lunga storia. L’interesse di questa ricognizione è per noi eminentemente filosofico. Ci siamo imbattuti in casi come quelli che descriviamo e che ci sono sembrati metodologicamente sospetti durante lo studio di alcune entità spaziali (buchi, eventi, unità geografiche) che costituiscono un buon banco di prova per la meto- 1 dologia della rappresentazione spaziale. I buchi, ad esempio (Casati e Varzi 1994), sono interessanti per due ragioni. In primo luogo, si può mostrare che un modello che li contempla rende conto in modo semplice e intuitivamente convincente della varietà topologica e morfologica degli oggetti ordinari, dimostrando come un’ontologia ben calibrata possa aumentare il potere descrittivo di una teoria..
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