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Abstract
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Il rapporto dei filosofi analitici con la metafisica è stato per lungo tempo difficile e conflittuale. In un certo senso, il movimento analitico venne inizialmente caratterizzandosi proprio in contrapposizione alla tradizione filosofica dominante dell’Ottocento, tutta assorta nell’impresa di rispondere a Kant attraverso rielaborazioni più o meno dogmatiche dell’idealismo critico. In una Cambridge in cui Bradley e McTaggart dominavano incontrastati, Moore non esitava ad accusare di miopia le teorie metafisiche «che pretendono di fornire un’agevole strada per superare le difficoltà che ostacolano il cammino dell’indagine accurata»1. Russell scriveva che i grandi problemi della metafisica nascevano per la maggior parte da confusioni e fraintendimenti legati alla «cattiva grammatica»2, ovvero a un uso improprio del linguaggio e alla sua interpretazione affrettata e superficiale. E di lì a poco Carnap sarebbe giunto a dichiarare che «le presunte proposizioni della metafisica si rivelano, all’analisi logica, pseudoproposizioni».3 Più che un vero e proprio rifiuto della metafisica, tuttavia, queste manifestazioni critiche costituivano un attacco a un certo modo di fare metafisica, troppo spesso improntato all’abuso di paroloni («l’ente», «l’assoluto», «l’idea») e costrutti oscuri («il nulla nulleggia») piuttosto che alla chiarezza e al rigore argomentativo. Soprattutto rispetto ad altri campi di indagine filosofica, gli studi di metafisica dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento erano molto distanti dagli standard di accuratezza che la svolta analitica andava imponendo ed era naturale che si finisse col mettere sotto accusa l’intera disciplina. Tut-.
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