In a society dominated by Confucian ethics, a spirit of Confucian public morality can be seen in the Confucian debate over publicness and privateness, but it is usually activated in circumstances of large ethical crisis. Confucian theory mainly uses ethical relationships to create self and social identities, causing problems of identification in the public life and hindering the expression of moral feelings and actions, thus revealing a weakness in public morality. This is a space that Confucianism has not yet been (...) able to cover, and also where it has room for growth. (shrink)
The Confucian idea of “ ming 命 (destiny)” holds that in the course and culmination of human life, there exists some objective certainty that is both transcendent and beyond human control. This is a concept of ultimate concern at the transcendental theoretical level in Confucianism. During its historical development, Confucianism has constantly offered humanist interpretations of the idea of “destiny”, thinking that the transcendence of “destiny” lies inherently within the qi endowment and virtues of human beings, that the certainty of (...) “destiny” is in essence contingency at the beginning of life and linear irreversibility towards its end, and that to live in light of ethics and physical rules — having a “commitment to human affairs” — means putting “destiny” into practice. As all these facts show, the Confucian ultimate concern regarding human life is full of rational awareness. (shrink)
Previous studies have found Forsyth’s Ethical Position Questionnaire (EPQ) to vary between countries, but none has made a systematic evaluation of its psychometric properties across consumers from many countries. Using confirmatory factor analysis and multi-group LISREL analysis, this paper explores the factor structure of the EPQ and the measurement equivalence in five societies: Austria, Britain, Brunei, Hong Kong and USA. The results suggest that the modified scale, measuring idealism and relativism, was applicable in all five societies. Equivalence was found across (...) Britain, Brunei and USA, but the original scale cannot be used validly. (shrink)
Recently, Julian Savulescu and Guy Kahane have defended the Principle of Procreative Beneficence (PB), according to which prospective parents ought to select children with the view that their future child has ‘the best chance of the best life’. I argue that the arguments Savulescu and Kahane adduce in favour of PB equally well support what I call the Principle of General Procreative Beneficence (GPB). GPB states that couples ought to select children in view of maximizing the overall expected value in (...) the world, not just the welfare of their future child. I further argue that Savulescu and Kahane's claim that PB has significantly more weight than competing moral principles, such as GPB, lacks justification. A possible argument for PB having significant weight builds on a principle of parental partiality towards one's own children. But this principle does not support PB; it supports a Principle of Sibling-Oriented Procreative Beneficence (SPB), according to which parents selecting a child should maximize the benefit of all their children. Indeed, PB itself will in some cases be self-effacing in favour of SPB. (shrink)
The thesis that Dennett argues for in Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon has a double aspect. First, religion being but one natural phenomenon among many should be subject to scientific investigation. Resistance to this notion constitutes the first spell or taboo and is in complicity with the second “master” spell, that of the phenomenon of religion itself. Dennett’s tentative naturalistic recommendation is two-pronged: he primarily deploys an evolutionary biology perspective, and derivatively a highly suggestive appeal to memetics. (...) To acknowledge that religion is natural “is only the beginning of the answer, not the end”. Religion as a natural phenomenon has to answer to Dennett’s Darwinist refrain — cui bono? (to whose advantage?). And derivatively, how or why highly exotic and implausible supernatural religious ideas (or memes) are transmitted and sustained? Humankind, naturally disposed cause-seeking creatures, are inclined to hypostasize all manner of beliefs (virtual agents free to evolve to amplify our yearnings or our dreads — when explanation of some phenomenon is not forthcoming — this constitutes the “master” spell. (shrink)
Ciò che qui chiamo Materialismo indiano non deve intendersi come scuola filosofica unica ed univocamente impostata, bensì come insieme di correnti di pensiero, propugnanti differenti punti di vista, ma tutte collocate entro l’orizzonte concettuale che nega ciò che in Occidente si usa chiamare Trascendente. Inoltre, com’è ovvio, bisogna distinguere tra un Materialismo filosofico – che prenderò in considerazione qui – ed un Materialismo, per così dire, popolare – al quale mi riferirò solo se necessario. Due sono le impostazioni materialiste che (...) intendo trattare: l’una riguarda i sostenitori dell’esistenza di cinque elementi materiali (bhūtapañcakavādin) che chiamerò, seguendo Ramkrishna Bhattacharya, proto-Materialisti, l’altra concerne i sostenitori dell’esistenza di quattro elementi materiali (bhūtacatuṣṭayavādin), tra cui i Cārvāka. (shrink)
Sarà capitato anche a voi, in treno, di cercare di aprire la porta tra un vagone e l’altro con l’espressivissima maniglia e, solo dopo non esserci riusciti, di aver notato il meno eloquente pulsante sulla destra. Il fenomeno non è troppo diverso da quando, non avendo capito qualcosa, chiediamo di farci un esempio. La convinzione —falsa—che parlare possa essere surrogato dall’indicare degli oggetti nasconde l’idea –vera– che gli oggetti parlino, e che alcuni parlino meglio di altri. Per capirlo, non c’è (...) bisogno di portarsi dei fagotti per intrattenere delle conversazioni come fanno gli accademici di Lagado nei Viaggi di Gulliver. Basta liberarsi del pregiudizio secondo cui le cose sono mute, staccarci un po’ dall’attenzione ossessiva sui Soggetti, e prestare la giusta attenzione a quella realtà espressiva, evidente, infaticabile, che ci dice “sono io, sono qui”. (shrink)
Sommario. Prima che di definire un modello della coscienza e comprendere che cosa sia un fenomeno soggettivo, è necessario sviluppare una teoria della prospettiva in prima persona. Questa teoria deve essere concettualmente con- vincente, empiricamente plausibile e, soprattutto, aperta a nuovi sviluppi. Il quadro di riferimento concettuale deve essere coerente con il progresso scienti- fico. Le sue ipotesi fondamentali devono essere adattabili in modo da permette- re a nuovi risultati sperimentali di essere inseriti nel modello teorico. Questo ar- ticolo tenta (...) di definire le linee generali di una teoria in grado di offrire un’analisi rappresentazionale della prospettiva in prima persona. Tre proprietà fenomeniche sono centrali a quest’analisi: “egoicità” (la proprietà fenomenica; il senso di possesso di una sensazione), “selfhood” (l’esperienza cosciente di essere qualcuno) e la prospetticità (una caratteristica strutturale: il fatto che lo spazio fenomenico appaia organizzato attorno a un centro, una prospettiva su- per-modale). Questo articolo analizza queste proprietà da un punto di vista sia rappresentazionale che funzionale. Introdurrò nuovi vincoli concettuali per le rappresentazioni fenomeniche e due entità teoriche necessarie per capire che cosa sia la prospettiva in prima persona: “il modello fenomenico del sé” (PSM: phenomenal self model) e il “modello fenomenico della relazione intenzionale” (PMIR: phenomenal model of intentional relation). Un modello fenomenico del sé è una struttura rappresentazionale plurimodale, il cui contenuto costituisce il contenuto dell’esperienza del sé cosciente. Ha due caratteristiche importanti. Primo, è l’unica struttura rappresentazionale ancorata nel cervello da un colle- gamento funzionale permanente. Secondo, parti consistenti del PSM sono fe- nomenicamente trasparenti: non posso essere identificate come rappresentazioni all’interno del sistema. Sono intrappolate in quello che è stato definito un “in- genuo realismo auto-ingannevole”.. (shrink)
C’è una logica sola? Io dico di no. O meglio, dico che c’è una logica sola per ogni modo di specificare in maniera esaustiva la classe delle situazioni logicamente possibili, cioè la classe dei modelli del linguaggio; ma poiché non c’è un unico modo di specificare questa classe, dico che non c’è un’unica logica se non in un senso relativo. Naturalmente, dato un linguaggio L e due diverse teorie logiche T1 e T2 per L, si può sempre considerare il nucleo (...) comune a entrambe le teorie, cioè l’insieme dei principi su cui entrambe le teorie concordano. In generale, si potrebbe quindi associare a L la logica minima T0 corrispondente al nucleo comune a tutte le teorie in competizione. Tale teoria sarebbe definita in maniera univoca e consentirebbe di evitare conclusioni di natura relativista, ammesso che si sia disposti a restringere opportunamente i confini della logica. (T0 sarebbe ovviamente una teoria molto debole.) Tuttavia è anche possibile che queste teoria minima T0 risulti vuota se la sintassi di L non contiene alcun ingrediente la cui interpretazione sia indipendente dalla specificazione dei modelli di L. In quanto segue cercherò di dimostrare che le cose stanno proprio così, e userò questo risultato per difendere una concezione della logica convenzionalista e—quindi—relativista. (shrink)
Dei numerosi libri che hanno iscritto Nelson Goodman tra i giganti della filosofia del Novecento, questo può a buon diritto considerarsi il più fortunato ma anche il più difficile, il più discusso, il più scomodo. Pochi giorni dopo la sua comparsa in libreria, nell’autunno del 19781, la New York Review of Books ne pubblicò una recensione a firma di W. V. O. Quine che non esitava a definirlo «una congerie».2 Si parla di stile, di teoria della citazione, di illusioni ottiche, (...) di filosofia della natura e filosofia dell’arte. Si citano Peirce, Gombrich e Kanizsa a fianco di Kant, Dummett, Woody Allen. Si coniano neologismi («acquacentrico») quando pure esistono parole che fanno al caso («idrocentrico»). Insomma, c’è un po’ di tutto, e «la fragilità del tutto riflette la filosofia che lo tiene insieme: la dottrina secondo cui ci sono svariati mondi, nessuno dei quali onnicomprensivo»3. A Goodman la recensione non piacque e la risposta non si fece attendere. In una lettera all’Editore pubblicata due settimane dopo4, il filosofo ringraziava per la pronta recensione ma accusava il Professor Quine di aver taciuto ai lettori che il libro era da leggersi sullo sfondo delle opere che l’avevano preceduto: La struttura dell’apparenza, Fatti, finzione e previsione, I linguaggi dell’arte e Problemi e progetti.5 E assicurava che.. (shrink)
Chi viene da fuori prima o poi si imbatterà nel cartello. Potrebbe essere cento metri piu in là e non cambierebbe nulla. Ma è lì. È lì perché è lì che Torino comincia (o finisce, per chi venisse da dentro). Uno dice «Ah» e tira dritto. Eppure in quel cartello conficcato nel terreno si nasconde una lunga storia; nel varcare quella linea di confine si entra in uno spazio nuovo al cui interno, magicamente separati da tutto il resto, ci si (...) chiama torinesi—si parla la stessa lingua, ci si affida alle stesse autorità, ci si batte per risolvere gli stessi problemi e migliorare la qualità di una vita in comune. I confini sono fatti così: sono linee sottili ma potenti; linee che, separando, uniscono; linee definitore che spesso non riusciamo a vedere perché non risiedono nelle cose, ma solo nei segni a matita dei cartografi e nei vomeri immaginari degli amministratori, e dalle quali tuttavia dipende il nostro senso di appartenenza a un luogo; linee per le quali, ahimè, a volte si è anche combattuto, sebbene oggi scompaiano sempre più nella confusione delle tangenziali, dei cavalcavia, dei raccordi, delle rotatorie, delle serpentesche circonvoluzioni che svaniscono tra zone industriali, aree di residua campagna, retroscena di distributori invecchiati male. (shrink)
Il filosofo britannico Alfred North Whitehead—autore, insieme a Bertrand Russell, di quei Principia Matematica da cui è scaturita gran parte della logica del ventesimo secolo—una volta scrisse che l’intera tradizione filosofica europea potrebbe essere letta come una lunga serie di note in calce alle opere di Platone. Tra i filosofi europei vi è poi chi ha affermato che tutta l’opera di Platone potrebbe leggersi come una serie di note in calce ad Anassimandro. Quindi, per l’irresistibile transitività delle note alle note, (...) tutta la filosofia europea si ridurrebbe a un commentario di un solo autore presocratico, dei cui scritti peraltro ci è rimasta una sola frase intera. E poiché l’autore in questione era diretto discepolo di quel Talete di Mileto che molti considerano il primo vero filosofo dell’antichità, e dei cui scritti non ci resta nemmeno una frase, se ne potrebbe concludere che l’intera storia della filosofia europea non è altro che un paradossale sforzo esegetico, un esercizio di ermeneutica impossibile in cui le menti migliori si sarebbero cimentate nell’interpretazione di testi perduti o addirittura inesistenti. (shrink)
La vaghezza è un fenomeno pervasivo del pensiero e del linguaggio ordinario. Abbiamo una buona idea di che cosa significhi dire che una persona è calva, alta, o ricca, ma a volte ci troviamo spiazzati. Alcuni uomini sono chiaramente calvi (Picasso), altri non lo sono (il conte di Montecristo), e altri ancora sono casi intermedi (Bertinotti): non c’è un numero esatto di capelli che segni il confine tra i calvi e i non-calvi. Allo stesso modo, è ridicolo supporre che vi (...) sia un’altezza precisa che segni il limite tra chi è alto e chi non lo è, o un’esatta somma di denaro che separi i ricchi dai nonricchi. Nella metafora di Frege, concetti come questi sono privi di una “frontiera precisa”.1 E ciò non vale soltanto per quei concetti che trovano espressione nella categoria grammaticale degli aggettivi: vale anche per molti concetti che corrispondono a sostantivi (qual è l’altezza minima di una montagna?), a verbi (qual è la velocità minima a cui si può correre?), e così via. Anche le espressioni di cui ci serviamo per identificare entità particolari possono essere indeterminate. Non solo è vago il nostro concet- to di montagna: sembra proprio che anche quando ci riferiamo a una montagna particolare—un oggetto al quale il concetto in questione si applica senza mezzi termini—il nostro riferimento possa risultare gravemente indeterminato. Non c’è dubbio che il Cervino sia una montagna. Ma quali sono esattamente i suoi confini spaziali? (A che punto lungo un percorso che dalla vetta conduce in pianura diremo di non essere più sul Cervino?) Quali sono i suoi confini temporali? (A che punto di un processo di corrosione diremo che il Cervino cessa di esistere?) Come ha scritto Russell, si potrebbe pensare che “tutto il linguaggio” sia vago.2 E siccome il linguaggio è lo strumento principale mediante il quale diamo espressione all’immagine che ci facciamo del mondo, si presenta una domanda di fondo.. (shrink)
Molti sistemi cognitivi, tra cui anche alcuni agenti artificiali, devono rappresentare lo spazio e gli oggetti spaziali per muoversi e agire in modo soddisfacente (per evitare un ostacolo, cogliere un frutto, decidere un punto dove atterrare). Nel caso degli esseri umani, la rappresentazione dello spazio ha anche un aspetto linguistico: sappiamo descrivere le relazioni spaziali o comprendere il significato di una preposizione come ‘tra’ immaginando una situazione spaziale cui essa si applichi. La rappresentazione dello spazio è pertanto un soggetto di (...) studio che occupa una posizione centrale nelle scienze cognitive. In questo articolo intendiamo proporne una ricognizione metodologica. Precisiamo subito che ci occuperemo soltanto delle rappresentazioni “distaccate” (cioè non egocentrice e non prospettiche) dello spazio in cui agisce un sistema cognitivo, rimandando a Casati e Dokic (1994) per alcuni spunti sugli altri aspetti. Lasceremo inoltre impregiudicate questioni metafisiche complesse quali l’identità tra lo spazio descritto dal senso comune e lo spazio descritto in un trattato di microfisica o di astronomia. Tenendo presenti queste limitazioni, passeremo in rassegna una serie di problemi metodologici. In alcuni casi si tratta di problemi effettivamente esemplificati nella letteratura contemporanea; in altri casi si tratta più che altro di tentazioni che hanno tuttavia alle spalle una lunga storia. L’interesse di questa ricognizione è per noi eminentemente filosofico. Ci siamo imbattuti in casi come quelli che descriviamo e che ci sono sembrati metodologicamente sospetti durante lo studio di alcune entità spaziali (buchi, eventi, unità geografiche) che costituiscono un buon banco di prova per la meto- 1 dologia della rappresentazione spaziale. I buchi, ad esempio (Casati e Varzi 1994), sono interessanti per due ragioni. In primo luogo, si può mostrare che un modello che li contempla rende conto in modo semplice e intuitivamente convincente della varietà topologica e morfologica degli oggetti ordinari, dimostrando come un’ontologia ben calibrata possa aumentare il potere descrittivo di una teoria.. (shrink)
Il dibattito sul ruolo e le implicazioni del teorema di Gödel per l'intelligenza artificiale ha recentemente ricevuto nuovo impeto grazie a due importanti volumi pubblicati da Roger Penrose, The Emperor's New Mind [1989] e Shadows of the Mind [1994]. Naturalmente, Penrose non è il primo né l'ultimo a usare il teorema di Gödel allo scopo di trarne conseguenze per i fondamenti dell'intelligenza artificiale. Tuttavia il recente dibattito suscitato dai due libri di Penrose è significativo sia per ampiezza sia per profondità. (...) In queste pagine si vuole dare una rassegna di tale dibattito, cominciando dai suoi precursori negli anni '60 (fra cui Lucas, Putnam, e Chihara), per passare poi alle complesse argomentazioni proposte da Penrose e le reazioni di una serie di commentatori (ad esempio Dennett, Feferman, McDermott, Davis). (shrink)
Il problema di fondo da cui la discussione sui mondi possibili scaturisce è quello di fornire una teoria circa l’interpretazione delle espressioni modali. È quindi da un’analisi di queste espressioni che partiremo per la nostra discussione sui mondi possibili. Nel linguaggio naturale il discorso modale è segnalato da una molteplicità di espressioni come avverbi, modi verbali ed operatori enunciativi: 'potere', 'dovere', 'avere la capacità', 'avere l’opportunità', 'possibilmente', 'doverosamente', et coetera. In seguito ad una semplificazione non priva di conseguenze, si è (...) generalmente ritenuto che le espressioni paradigmatiche del discorso modale (a cui tutte le altre potessero essere in qualche modo ridotte) fossero. (shrink)
Sommario: La prima parte (sezioni 1– 3) introduce il tema: qual è il senso di una indagine ontologico-formale del cosiddetto mondo del senso comune? La seconda parte (sezioni 4–6) offre una prima analisi delle categorie e soprattutto delle strut- ture ontologiche su cui impostare tale indagine. Infine, la terza parte (sezione 7) offre spunti di sviluppo e accenna ad alcuni problemi aperti, vecchi e nuovi.
Il rapporto dei filosofi analitici con la metafisica è stato per lungo tempo difficile e conflittuale. In un certo senso, il movimento analitico venne inizialmente caratterizzandosi proprio in contrapposizione alla tradizione filosofica dominante dell’Ottocento, tutta assorta nell’impresa di rispondere a Kant attraverso rielaborazioni più o meno dogmatiche dell’idealismo critico. In una Cambridge in cui Bradley e McTaggart dominavano incontrastati, Moore non esitava ad accusare di miopia le teorie metafisiche «che pretendono di fornire un’agevole strada per superare le difficoltà che ostacolano (...) il cammino dell’indagine accurata»1. Russell scriveva che i grandi problemi della metafisica nascevano per la maggior parte da confusioni e fraintendimenti legati alla «cattiva grammatica»2, ovvero a un uso improprio del linguaggio e alla sua interpretazione affrettata e superficiale. E di lì a poco Carnap sarebbe giunto a dichiarare che «le presunte proposizioni della metafisica si rivelano, all’analisi logica, pseudoproposizioni».3 Più che un vero e proprio rifiuto della metafisica, tuttavia, queste manifestazioni critiche costituivano un attacco a un certo modo di fare metafisica, troppo spesso improntato all’abuso di paroloni («l’ente», «l’assoluto», «l’idea») e costrutti oscuri («il nulla nulleggia») piuttosto che alla chiarezza e al rigore argomentativo. Soprattutto rispetto ad altri campi di indagine filosofica, gli studi di metafisica dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento erano molto distanti dagli standard di accuratezza che la svolta analitica andava imponendo ed era naturale che si finisse col mettere sotto accusa l’intera disciplina. Tut-. (shrink)
Secondo la dottrina delle parti potenziali (DPP), le parti proprie connesse (ovvero, le parti proprie che sono connesse ad altre parti dello stesso intero) non sono entità attuali. Al più si tratta di entità potenziali, entità che esisterebbero solo se venissero separate dall’intero a cui appartengono1. Ciò non significa che la DPP escluda che una parte propria possa godere di esistenza attuale: la dottrina non mette in discussione lo statuto ontologico di quelle parti che si qualificano indipendentemente come oggetti ordinari. (...) Mary e il suo gatto, Tibbles, fanno parte della loro somma mereologica – ne sono parti proprie – e ciononostante la DPP ne riconosce l’esistenza, come è ovvio. Piuttosto, ciò che la DPP nega è l’esistenza di parti proprie come la mano sinistra di Mary, o la coda di Tibbles. Secondo questa dottrina, entità siffatte (alle quali pure siamo soliti fare riferimento) non possiedono quel carattere cosale che caratterizza i cittadini di questo mondo, come Mary e Tibbles, poiché una porzione del loro confine è di tipo fiat: è il risultato di una demarcazione puramente immaginaria. Per questo motivo, quindi, entità siffatte non vanno incluse nell’inventario del mondo. Una mano o una coda esistono solo in potentia e l’unico modo per conferir loro esistenza attuale è quello di separarle dagli interi a cui appartengono. (shrink)
La meccanica quantistica è una delle più grandi conquiste intellettuali del xx secolo. Le sue leggi regolano il mondo atomico e subatomico e si riverberano su una miriade di fenomeni del mondo macroscopico, dalla formazione dei cristalli alla superconduttività, dalle proprietà dei fluidi a bassa temperatura agli spettri di emissione di una candela che brucia o di una supernova che esplode, dai meccanismi di combustione della fornace solare ai principi di base delle nanotecnologie. Non c’è quasi nulla nel mondo che (...) ci circonda su cui non soffi l’alito delle leggi quantistiche. Tuttavia, per come è usualmente presentata nei libri di testo, la meccanica quantistica è sostanzialmente un’insieme di regole per calcolare le distribuzioni di probabilità dei risultati di qualunque esperimento (nel dominio di validità della meccanica quantistica). In quanto tale, non ci fornisce direttamente una descrizione della realtà. Una descrizione della realtà, cioè un’ontologia, dovrebbe dirci che cosa c’è nel mondo e come si comporta, quali sono i processi che si realizzano a livello microscopico e, di conseguenza, fornirci una spiegazione del formalismo quantistico. (shrink)
Secondo un recente bilancio della filosofia del Novecento di Rossi e Viano, nel nostro secolo «il successo maggiore è toccato alle dottrine filosofiche che si sono proposte di offrire alternative alla conoscenza tecnico-scientifica e che sostengono la possibilità di alleggerire i vincoli che il sapere positivo porrebbe al modo di pensare e ai progetti di azione»2. Tali dottrine prospettano un ritorno all’antica metafisica, a cui «si ricorre non come a una forma di sapere sistematico, bensì come alla testimonianza di una (...) possibilità di pensare qualcosa che vada al di là del sapere positivo»3. Perciò il Novecento si è concluso con la vittoria, se non del «duro conservatorismo di Heidegger», almeno di «un più blando tradizionalismo, che si limita a sostenere il primato della cultura umanistica tradizionale rispetto alla cultura tecnico-scientifica»4. Per Rossi e Viano la filosofia del Novecento ha avuto questo esito poiché è risultata insostenibile la convinzione, diffusa nella filosofia analitica all’inizio degli anni Trenta, «che la filosofia avesse imboccato la strada giusta per inserirsi nel mondo del sapere scientifico specializzato»5. Dopo «che si era affermata la specializzazione del sapere, la filosofia aveva cercato di stabilire una posizione di dominio legandosi a quelle che erano sembrate le discipline titolari di un qualche primato: ora a quelle matematiche, ora a quelle naturalistiche, ora a quelle storiche»6. Essa, inoltre, aveva cercato di accreditare l’idea che l’analisi logica delle teorie scientifiche fosse comunque lo strumento più attendibile per fare filosofia. Questo tentativo della filosofia analitica, però, è fallito, e così nella cultura contemporanea è diventato chiaro che non «ci sono legami particolarmente stretti tra la filosofia e qualche scienza particolare»7. Insieme all’idea che esistesse un legame privilegiato tra la filosofia e qualche scienza particolare, «la cultura filosofica del Novecento respingeva anche l’idea che l’analisi logica delle teorie scientifiche fosse comunque lo strumento più attendibile per fare filosofia»8.. (shrink)
In questo lavoro tratto del problema del rapporto tra semantica e pragmatica, e in particolare cerco di dare una visione generale di cosa si dovrebbe intendere per "competenza pragmatica". Assumo una visione olistica del significato, perché mi permette di mostrare come, anche con una posizione radicale di questo genere, possiamo trovare modi per spiegare la comunicazione e salvare la composizionalità. Il modo per spiegare la comunicazione e salvare la composizionalità passa attraverso la dimensione pragmatica, intesa come il modo di filtrare (...) il livello "giusto" di contesto entro cui elaborare la valutazione e l'interpretazione semantica, e giungere all'interpretazione intesa. Nel § 1 presento i problemi di una teoria olistica del significato riguardo a una teoria della comunicazione; nel § 2 presento una possibile risposta dell'olismo ai problemi della comunicazione, ridefinendo la comunicazione come processo di convergenza del significato. Nel § 3 presento quello che può essere definito il punto cieco della teoria olistica di Davidson: l'idea che la strategia di convergenza è un "processo misterioso". Mostro come diverse linee di ricerca lavorano proprio all'individuazione del "mistero" davidsoniano. Nel § 4 presento una delle linee di ricerca rivolte di fatto a riempire il vuoto della teoria di Davidson: la teoria multicontesti in intelligenza artificiale. Nel § 5 delineo la similarità di tale teoria con altri tentativi in pragmatica, mostrando che ragionare su questa similarità può aiutare a ridefinire il concetto di "competenza pragmatica" come filtro per la semantica. Nel § 6 abbozzo una riflessione su come queste riflessioni potrebbero avere una influenza sul tema della composizionalità. (shrink)
Il problema della coscienza, non affrontata in modo scientifico per gran parte del XX secolo, è tornato prepotentemente alla ribalta grazie anche all’enorme sviluppo delle tecniche di indagine non invasive delle funzioni cerebrali. Sorprendentemente questi risultati non hanno portato a una maggiore comprensione della coscienza. Eppure la coscienza (fenomenica) è un fatto empirico: qualcosa che quotidianamente si presenta a ciascuno di noi. Com’è possibile che sia così elusiva e misteriosa? Per risolvere l’enigma è necessario superare la visione cartesiana secondo la (...) quale il mondo da due domini separati: la mente e le cose. Come si legge nella via del Samurai: non è bene quando una cosa diventa due. Per capire la coscienza è importante comprenderne la natura dell’essere in relazione con il mondo. Il cervello fa esperienza del mondo esterno. Com’è possibile? In questo articolo proponiamo una teoria basata, non su oggetti statici, ma su un processo fisico (denominato onfene) che può essere descritto sia da un punto di vista relazionale, che rappresentazionale, che oggettuale. Questo processo fisico non è confinato nei limiti fisici del cervello, ma si estende dagli oggetti di cui siamo consapevoli fino a terminare nelle attivazioni neurali. Secondo questo punto di vista la mente è pertanto “allargata” a comprendere tutto ciò di cui siamo coscienti. (shrink)
Sembra esserci almeno un punto di accordo tra i filosofi morali: i giudizi etici, così come li usiamo nelle nostre conversazioni quotidiane, condividono una certa aspirazione all’oggettività. Vi è invece un disaccordo piuttosto acerbo rispetto alla questione se questa aspirazione sia giustificata o non sia invece una mera pretesa. Il disaccordo filosofico riguarda, cioè, la questione se i giudizi etici debbano e possano aspirare all’oggettività. Ma ancor più fondamentale è il disaccordo rispetto ai criteri con cui valutare se questa aspirazione (...) all’oggettività sia legittima. (shrink)
In un passo di Shakespeare che i filosofi amano tanto citare, Amleto ricorda al buon Orazio che ci sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sogni la nostra filosofia. Non è detto che avesse ragione, ma il rischio è reale ed è bene stare all’erta: anche i filosofi – e di conseguenza la scienza, se usiamo questi termini secondo il loro significato più classico – tendono a cadere vittime del proprio provincialismo, e che le loro (...) categorie siano adatte a coprire l’universo toto è piuttosto improbabile. Proprio come Marco Polo, dinnanzi ai rinoceronti di Java, non seppe fare di meglio che confonderli per unicorni; proprio come gli Aztechi, non avendo mai visto un cavallo, si accontentarono di pensare che quelli su cui sopraggiungevano i conquistadores fossero dei cervi; e proprio come i coloni australiani si trovarono in difficoltà nel classificare i primi esemplari di quell’animale che oggi chiamiamo ornitorinco (non una talpa, per via del becco; non un’anatra, per via delle quattro zampe; non un mammifero, per via delle uova; non un rettile, per via del sangue caldo) – ebbene, allo stesso modo i filosofi e la scienza tutta corrono costantemente il rischio di impelagarsi in tentativi disperati volti a schiacciare la meravigliosa diversità dell’universo che ci circonda entro schemi categoriali poveri e limitati, frutto della nostra scarsa immaginazione prima ancora che della sua razionalizzazione. (shrink)
Morpheus lascia che sia Neo a decidere. Se ingerisce la pillola azzurra, la sua percezione del mondo non cambierà e la vita di Neo continuerà come sempre. Se ingerisce la pillola rossa, il mondo gli si manifesterà quale esso realmente è: una realtà che va ben al di là di quanto Neo possa anche solo lontanamente immaginare. «Pillola azzurra: fine della storia; pillola rossa: resti nel Paese delle Meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del bian- coniglio.» Neo fa (...) la sua scelta e l’avventura comincia. Per molti filosofi, Neo è come il prigioniero che decide di lasciare la ca- verna di Platone. Tra una vita tranquilla ma all’ombra dell’ignoranza e una vita dura ma integra, all’insegna del vero e del giusto, il virtuoso non ha indugi. Per parte nostra, non siamo certi di capire bene la portata dell’analo- gia, né la dinamica della scelta ci è mai stata chiara. Non è forse Neo, all’atto del deliberare, un soggetto in balia della Matrice? Donde la sua libertà di scelta? E donde la pillola, se il mondo di Neo è mera illusione? Per un lustro intero le nostre menti si sono arrovellate su questo dilemma, e lo spettro del paradosso ha perseguitato le nostre visioni notturne come una Sfinge che divora l’anima. Ma non tutti i dubbi sono appannaggio del maligno, ci vien detto. La pil- lola, in effetti, è semplicemente un «tracer». Fa parte di un programma di ri- cerca che si inserisce nella Matrice e interrompe il segnale portante di Neo, permettendo ai nostri hackers (veri esseri umani) di localizzarlo e inducendo la Matrice stessa a disfarsi del suo corpo (quello vero). Niente di paradossa- le in tutto ciò. Crediamo tuttavia di aver finalmente messo le mani—ne abbia- mo anzi convinzione certa—su un documento che non solo conferma la por- tata dei nostri dubbi, bensì solleva questioni impreviste e ancor più gravose. Si tratta né più né meno che del foglio illustrativo contenuto nella confezione di pillole rosse da cui Morpheus estrasse quella ingerita da Neo.. (shrink)
In questo saggio non sviluppo una tesi precisa, ma presento alcune osservazioni sull'olismo e molecolarismo che tentano di mostrare la praticabilita' del molecolarismo e vederne allo stesso tempo le difficoltà: (i) Mi interrogo sulla fortuna del dibattito sull'olismo degli ultimi anni, come ripresa e precisazione delle osservazioni fatte a suo tempo da Dummett nel suo libro su Frege. (ii) Richiamo alcune idee fregeane a proposito di linguaggi formali che definiscono una specie di olismo innocuo, e al contempo impongono una distinzione (...) tra olismo del significato e della competenza. (iii) Pongo il problema dell'allargamento di tali idee dai linguaggi formali al linguaggio naturale; propongo di applicare la distinzione tra significato e competenza alla differenza tra significato socialmente costruito e significato usato dai singoli; in tal modo individuo nell'idea di ''idioletto'' di Frege un problema cui ogni teoria del linguaggio deve rispondere. (iv) Sostengo che il molecolarismo risponde al problema dell'idioletto; difendo percio' la praticabilita' del molecolarismo messa in discussione dal saggio di Fodor e Lepore, in cui cerco di individuare il punto in cui hanno fuorviato il lettore nel credere alla impraticabilita' di tale prospettiva. (v) Sopo aver accennato ad alcuni problemi aperti nella proposta molecolarista di Dummett, presento una possibile interpretazione non olistica del pensiero di Wittgenstein, che pero' non risolve i problemi sopraccennati. (shrink)
Esperimento mentale: siete Immanuel Kant, vi trovate in Australia, e ve ne state andando a passeggio. A un tratto scorgete una strana bestiola in riva al lago. Ha gli occhi di una talpa, ma sarà grande dieci volte tanto. Ha il becco di un’anatra, ma non ha le ali; e non ha piume bensì una fitta pelliccia che la fa assomigliare semmai a una lontra. La coda poi sembra quella di un castoro; e le zampe hanno dita palmate, ma con (...) artigli. Insomma, è proprio uno strano animale (ammesso che sia un animale e non una creatura degli inferi o lo scherzo di un taxidermista) nel quale certamente non vi siete mai imbattuti e di cui sicuramente non aver mai sentito parlare. Domanda: che cosa dunque state vedendo? Siete incappati in un ornitorinco. Ma attenzione: l’esperimento richiede che vi immedesimiate in Kant, e ai tempi di Kant l’ornitorinco non era ancora stato scoperto. Per meglio dire: non era ancora stato scoperto e classificato dai naturalisti europei, che ci avrebbero impiegato quasi un altro secolo prima di trovargli un posto nell’ordine sui generis dei mammiferi ovipari. Il vecchio Immanuel non ne sapeva nulla, non ne aveva il concetto; quindi voi non potete rispondere che state vedendo un ornitorinco. State vedendo quella cosa lì e basta. Il problema è cosa significhi dire che state vedendo quella cosa dato che non avete la più pallida idea di che cosa stiate vedendo. (shrink)
Viviamo in un mondo tutt’altro che simmetrico. Luca ama Lara, ma lei lo detesta. I ricchi sfruttano i poveri e i belli deridono i brutti, mai viceversa. Chi parla non ascolta, chi ascolta non parla. Anche l’economia è asimmetrica: raramente gli agenti di mercato condividono le medesime informazioni sui beni di scambio, e mentre il venditore tende a tacere la vera natura dei propri prodotti (mai provato a comprare un’auto usata?) il compratore che fiuta l’affare non è da meno (direste (...) forse al mercante che la crosta che vuol svendervi potrebbe essere un Corot?) L’economista Joseph Stiglitz ha vinto il Nobel 2001 proprio0sulla teoria dei «macinini usati». E poi c’è la guerra, questa guerra che ci inquieta proprio per le inedite asimmetrie degli schieramenti: gli obiettivi appaiono diversi, le strategie incomparabili, i valori e principi ispiratori brutalmente dissonanti. «Contrastare la forza dell’avversario facendo leva sulle sue debolezze», diceva Sun Tzu. Ed ecco che al Pentagono ci si ritrova a riflettere sul paradosso di uno scenario strategico in cui la superiorità militare del Golia statunitense teme il colpo della fionda nemica. E si battezza la «guerra asimmetrica». (shrink)
Da Hegel fino a Bradley, l'attacco idealista ad una concezione pluralistica della realtà come una credenza non suffragata dalla verità delle cose si è valso dell'argomento semantico secondo il quale le espressioni indicali, su cui da ultimo riposerebbe tutta la valenza referenziale del linguaggio, non si riferiscono a segmenti discreti del reale ma si limitano ad esprimere universali. Dal versante ontologico opposto, Russell ha guidato la reazione all'idealismo assoluto (inaugurando così uno dei filoni di riflessione della filosofia analitica) facendo perno (...) proprio sulla capacità da parte di tali espressioni di designare direttamente atomi distinti di realtà. L'argomento idealista, nelle sue linee generali, funziona così. Anche ammesso che un termine singolare "N" non possa denotare un'entità reale finché non è disambiguato da un completamento indicale (del tipo "questo N"), un'operazione del genere è inutile perché un'espressione indicale è a sua volta incapace di designare univocamente un individuo. Quando uso "questo", ad es., un tale uso non designa alcunché perché ogni cosa è un questo e il questo in sé stesso non è alcun individuo. Quello che faccio in tale uso è piuttosto dare luogo all'espressione di un universale, nella fattispecie del concetto (individuale) di questità. L'argomento idealista è fallace. Ma la replica russelliana, che pure ha dalla sua tutta la forza del senso comune, non è in grado di metterlo fuori gioco integralmente. Infatti, entrambi assumono - l'uno come premessa all'interno di un ragionamento ad absurdum, l'altro come tesi positiva - che riferirsi mediante un indicale ad un individuo reale corrisponde a discriminarlo da tutti gli altri individui del suo dominio. Questo significa, in altre parole, che entrambi assumono la tesi dell'indistinzione di semantica ed epistemologia. Solo una dottrina che condivida le tesi semantiche di Russell sugli indicali ma non presupponga il collassare di semantica ed epistemologia può far decadere del tutto l'argomento idealista.. (shrink)
Face à la conviction heideggérienne que la philosophie serait une affaire originairement et foncièrement grecque, une question inévitable se pose : qu'en est-il de la « românite philosophique » ? L'auteur analyse dans une perspective critique l'unila térale recontruction heideggérienne du rapport entre la romanitas et le monde grec, notamment Vidée que la românite exprimerait une forme d'existence dérivée et décadente, qui ne serait plus à la hauteur de l'expérience grecque de l'être, occultée par la traduction latine des termes grecs (...) fondamentaux. Il se propose donc de montrer que les Romains ont introduit d'autres concepts, inconnus des Grecs et devenus fondamentaux pour la culture européenne, tels que religio ou pietas, dont il présente un premier petit catalogue. Di fronte alla convinzione heideggeriana secondo cui la filosofia sarebbe una faccenda originariamente e fondamentalmente greca, si pone questione inevitabile : che ne è della « romanità filosofica » ? L'articolo esamina in prospettiva critica l'unilaterale ricostruzione heideggeriana del rapporto tra la romanitas e il mondo greco, specialmente l'idea che la romanità esprimerebbe una forma di esistenza derivata e decadente non più all'altezza dell'esperienza greca dell'essere, che essa occulterebbe attraverso la traduzione latina delle parole greche fondamentali. Si propone pertanto di mostrare che i Romani hanno introdotto altri concetti, sconosciuti ai Greci e diventati fondamentali per la cultura europea, come religio pietas, di cui presenta un primo piccolo catalogo. (shrink)
Riassunto: in queste note presentouna breve panoramica della scienza cognitiva, che costituisce a tutt'oggi, a più di vent'anni dalla sua nascita, un coacervo di novità rilevanti nell'ambito della ricerca interdisciplinare. Dopo una prima presentazione generale (§1), traccio una breve storia della disciplina (§2) per passare poi a descrivere nel § 3 uno dei nuclei di fondo della scienza cognitiva: il funzionalismo e l'idea di mente come sistema di rappresentazioni o mappe cognitive. Nel § 4. accenno ad alcune tensioni interne alla (...) scienza cognitiva. Essa è tuttora un campo disciplinare con forti contrasti sui paradigmi da seguire nella descrizione dell'architettura della mente. Una sfida recente è venuta dalla robotica "situata" e dalla tesi che occorre fare a meno delle rappresentazioni mentali nella costruzione di robot intelligenti. Nel § 5 discuto questa sfida mostrando che, nonostante l'entusiasmo suscitato dai primi successi della nuova robotica, il cardine della scienza cognitiva resta solido, anche se bisognoso di completamento. Nella conclusione, al § 6, tocco di sfuggita il tema della coscienza dei sistemi intelligenti (umani e artificiali) e invito a cercare strade per affrontare i problemi che si porranno alle nuove generazioni di studiosi, ormai al di là della frattura tra cultura umanistica e scientifica, frattura che forse trova in Italia uno degli ultimi ambienti in cui sopravvivere. (shrink)
Se ricostruiamo una casa adoprando gli stessi mattoni con cui era precedentemente composta non è detto però che la faremo identica a com’era; in questo lavoro la casa di David K. Lewis verrà smontata e ricomposta più o meno con gli stessi mattoni e, nonostante ciò, il nuovo edificio risulterà talvolta piuttosto diverso dal progetto di partenza. Durante i lavori avremo modo di gettare uno sguardo anche sulle costruzioni di altri filosofi che hanno edificato nello stesso ambito filosofico di Lewis. (...) Forse, chi ha già praticato la casa di Lewis, rimpiangerà il vecchio progetto; spero comunque che dal nuovo possa ancora scorgere qualche piacevole scorcio. La teoria della possibilità di David K. Lewis verrà esposta a partire dai fondamentali principi ontologici e semantici di cui si compone. L’ordine e l’esposizione degli argomenti.. (shrink)
The Philosopher and the Moviemaker.Merleau-Ponty and the Thinking of CinemaAs its subtitle indicates, the present article is devoted to the relations between Maurice Merleau-Ponty’s philosophy and the thinking of cinema. The first section focuses on two topics, each underlying the lecture on cinema given by Merleau-Ponty in 1945. On the one hand, we find the reflection about the peculiarities of expression in film and cinematic image; on the other, we see the convergence between the inspiration of cinema and that of (...) philosophy, which Merleau-Ponty sees as a significant characteristic of his time. This is a convergence in which the nouvelle vague’s cinema will recognise itself and which Christian Metz will retrospectively confirm. Moreover, by developing both of these topics, the author finds a way to interpret Merleau-Ponty’s lecture as an undeclared polemical response to Henri Bergson’s famous negative judgement on cinema. The second section focuses on the question of movement in cinema, putting together further references to cinema made by Merleau-Ponty in posthumous or unpublished writings such as the notes for the 1952-53 course on “The Sensible World and the World of Expression.” The third section focuses on Merleau-Ponty’s later reflection about vision and images. This section shows how the peculiar noveltyof cinema is more and more understood by Merleau-Ponty not only as historically convergent with a new way of conceiving philosophy, but as a symptom of the new ontology he was trying to formulate philosophically.Il filosofo e il cineasta.Merleau-Ponty e il pensiero del cinemaCome sottolinea il suo sottotitolo, il presente articolo è dedicato alle relazioni fra la filosofi a di Maurice Merleau-Ponty e il pensiero del cinema. La prima sezione si concentra su due argomenti, ognuno ravvisabile nella conferenza sul cinema tenuta da Merleau-Ponty nel 1945. Da una parte, troviamo la riflessione sulle peculiarità dell’espressione filmica e dell’immagine cinematografica; dall’altra, la convergenza fra l’ispirazione del cinema e quella della filosofia, che Merleau-Ponty vede come una significativa caratteristica del proprio tempo: una convergenza in cui il cinema della nouvelle vague riconoscerà se stesso e che Christian Metz retrospettivamente confermerà. Inoltre, sviluppando entrambi gli argomenti, l’autore trova modo di interpretare la conferenza di Merleau-Ponty come una non dichiarata risposta polemica al celebre giudizio negativo sul cinema formulato da Henri Bergson. La seconda sezione si concentra sulla questione del movimento nel cinema, riunendo ulteriori riferimenti di Merleau-Ponty al cinema in scritti postumi o inediti, come le note per il corso del 1952-1953 su “Il mondo sensibile e il mondo dell’espressione”. La terza sezione si concentra sulla riflessione dell’ultimo Merleau-Ponty sulla visione e le immagini. Ciò mostra come la peculiare novità del cinema sia sempre più compresa da Merleau-Ponty non solo come storicamente convergente con un nuovo modo di concepire la filosofia, ma come un sintomo della nuova ontologia che egli stava cercando di formulare filosoficamente. (shrink)
Il brano del "Fedro" (269el-270c5) in cui è menzionato Ippocrate e il suo metodo è uno dei più controversi dell'opera platonica. Alcuni studiosi si sono serviti degli scolî antichi al dialogo, tramandati sotto il nome del neoplatonico Ermia (V sec. d. C.), per sostenere che il metodo in questione non implica un'indagine preliminare dell'universo. È tuttavia utile (oltreché finora intentato) ripercorrere quanto l'esegeta neoplatonico dice a proposito dell'intero brano in questione per constatare come egli, al contrario, ne fornisca un'interpretazione cosmologica, (...) sulla base della significazione tecnica di ἡ ὅλη ψυχή come "anima dell'universo". In ogni caso l'esegesi di Ermia risulta essere non una semplice parafrasi grammaticale del testo platonico, ma anche una sua riformulazione filosofica nei termini della dottrina neoplatonica, la quale è estremamente complessa anche nel caso dell'anima umana. (shrink)
La tradizionale distinzione tra i domini dell’ontologia, della fenomenologia e dell’epistemologia ha assunto i caratteri di un dogma la cui esistenza non può venire messa in discussione. Tale dogma determina l’insorgere di una serie di problemi insoluti quali l’unità, la rappresentazione, il rapporto mente-corpo. Ognuno di questi problemi è una manifestazione della contrapposizione tra forma e materia. Il mondo moderno è iniziato, a partire con Cartesio, con l’esclusione dell’aspetto formale dal mondo fisico e la sua esclusiva assegnazione al dominio mentale. (...) In alternativa, proponiamo uno schema di pensiero nel quale forma e materia non sono che due modi diversi di presentarsi di un unico principio a partire dal quale è possibile derivare rappresentato e rappresentazione, esistenza e conoscenza dell’esistente, osservatore e osservato, mente e corpo. (shrink)
Il lavoro esamina criticamente i presupposti di cinque differenti approcci alla Scienza Cognitiva, (simbolico, connessionista, dinamico, della cognizione incarnata e della vita artificiale) e sostiene che tutti e cinque condividono tacitamente un’ipotesi metodologica molto generale. Tale ipotesi, che propongo di chiamare simulazionismo , postula che i fenomeni cognitivi di un qualunque sistema reale possono essere adeguatamente spiegati sulla base di opportuni modelli di simulazione del sistema stesso. Tuttavia, a causa della loro costituzione, i modelli di simulazione hanno forti limitazioni, sia (...) al livello descrittivo che esplicativo. Il limite descrittivo sta nel fatto che la corrispondenza fra i risultati di una simulazione e i dati relativi al fenomeno reale non è diretta e intrinseca ma, al più, indiretta e estrinseca. Il limite esplicativo consiste nel fatto che le spiegazioni supportate dal modello non sono mai compiute e realistiche ma, piuttosto, solo in linea di principio e romanzesche. Queste difficoltà potrebbero essere superate ricorrendo ai modelli Galileiani , costituiti da sistemi dinamici in cui ciascuna componente ha un’interpretazione precisa e definita, in quanto essa corrisponde ad una proprietà misurabile (grandezza) del fenomeno reale che il modello descrive. (shrink)
This essay proposes going beyond the difference between literary writing and new communication technologies. This appears to be possible by using a genealogical perspective that can recognize the underlying relationships between communication strategies that on the surface seem different. For this, it is necessary to identify the remote and unexpected ascendancies of diverse languages at a moment when the various media express themselves in an increasingly similar style. Even literary language should be considered a medium that shapes and models reality, (...) using codes that are anthropological before they are aesthetic. As Viktor Shklovsky, Italo Calvino, and Paolo Fabbri have shown, literary language explores reality by revealing its incompleteness. On the contrary, ordinary language is confined to that incompleteness with its standard lexicon that would claim to enclose reality within a net of pre-established recurrences. Il saggio invita ad andare oltre il divario esistente tra scrittura letteraria e nuove tecnologie della comunicazione . Questo appare possibile attraverso una prospettiva genealogica che sappia riconoscere le relazioni sotterranee che si stabiliscono tra strategie comunicative che in superficie appaiono diverse. Per questo occorre riconoscere le ascendenze remote e inaspettate dei diversi linguaggi in un momento in cui i vari media si esprimono in maniera sempre più intrecciata. Anche il linguaggio letterario va considerato come un medium che foggia e plasma la realtà utilizzando codici che sono antropologici prima ancora che essere estetici. Come hanno mostrato sia pure in maniera diversa Viktor Šklovskij, Italo Calvino e Paolo Fabbri, il linguaggio letterario esplora la realtà, rivelandone l’incompiutezza alla quale è inchiodato il linguaggio ordinario: quel lessico usuale che pretenderebbe di racchiudere la realtà entro una griglia di ricorrenze prestabilite. (shrink)
A Note on the Task of the Historian of PhilosophyAccording to this paper, the history of philosophy should be conceived as a normative as well as a descriptive discipline. If it is true that our approach to a philosophical problem will always engage us in the history of this particular problem, this does not mean, however, that the history of philosophy furnishes us with a positive basis on which the problem in question might be treated. The history of philosophy is (...) the history of what has been and thus it still demands philosophical thinking.Nota sul compito dello storico della filosofiaNel considerare la storia della filosofia come una mera “disciplina ausiliaria” della filosofia si rischia di introdurre in quest’ultima un’idea di storia come scienza positiva i cui presupposti sarebbero esentati da un’interrogazione filosofica. Come qualunque altra scienza, la storia della filosofia deve rinunciare a ogni pretesa di neutralità. Come la filosofia stessa la storia della filosofia non può basarsi su una qualsiasi positività. Inoltre, lo studio di un problema filosofico è sempre legato allo studio della sua storia. La storia della filosofia è normativa tanto quanto descrittiva, dal momento che è la storia delle esigenze di fronte a cui si trova regolarmente il pensiero filosofico. (shrink)
La biografia di Bartolomeo di San Concordio contenuta nella Chronica antiqua del Convento di Santa Caterina di Pisa presenta un modello esemplare di predicatore domenicano, i cui tratti sono lo stile di vita sobrio, la spiccata attitudine allo studio, la vasta produzione letteraria e l’abilità nella predicazione. Al di là degli stereotipi, applicabili a molti frati domenicani, la biografia lascia trasparire alcuni elementi che caratterizzano l’ambiente del convento pisano. In particolare, la metafora della ‘biblioteca vivente’ utilizzata per descrivere la vasta (...) cultura e la straordinaria memoria di Bartolomeo, segnala da una parte l’attenzione alle tecniche della memoria, particolarmente diffusa nell’ ambiente pisano, dall’altra l’instancabile attività di Bartolomeo come autore di compendi e di opere enciclopediche destinate ad una larghissima diffusione. Bartolomeo of St. Concordio’s biography, contained in the “Chronica antiqua” of the Convent of Santa Caterina of Pisa, gives a model of Dominican preacher, whose characteristics are a simple lifestyle, a strong attitude towards studying, a wide literary production and the preaching ability. Beyond these stereotypes, which can be found in many Dominicans, the biography reveals some elements that characterize the environment of the convent of Pisa. In particular, the metaphor of the 'living library', used to describe Bartolomeo’s broad culture and extraordinary memory, draws attention to the techniques of memory, particularly widespread in the environment of Pisa, and describes Bartolomeo’s tireless work in writing “summae” and encyclopaedic works for a large circulation. (shrink)
Questo saggio offre un ritratto pragmatista del sé e dunque una descrizione che parte dalla premessa per cui il sé è anzitutto un attore sociale incarnato, situato, che possiede la capacità di un’effettiva autocritica. Così, oltre a evidenziare il ruolo dell’azione, l’autore sottolinea anche quello della socialità e della riflessività. A differenza di molti ritratti abbozzati da altri autori pragmatisti, quello presente cerca di rendere una più completa giustizia alla dimensione «interiore» della soggettività umana, soprattutto attraverso la costruzione dell’interiorità come (...) riflessività (il rapporto del sé con se stesso). (shrink)
Si «penser» est d’abord un acte, «repenser» l’est aussi. On ne peut «repenser» que ce qui fut déjà pensé une fois. Ce que «repenser» veut dire, nous ne le comprenons que si nous nous demandons au préalable ce que «penser» veut dire. Pour Heidegger, cela revient à se demander ce qui nous appelle à penser, pour Kant, c’est se demander comment on peut s’orienter dans la pensée, pour Nietzsche, ce qui nous pousse à penser, à quoi j’ajouterai la question, moins (...) connue et plus déconcertante, d’Eugen Rosenstock-Huessy dans son essai sur la «pensée dative»: «Cui cogitatur?», «À qui nos pensées sont-elles destinées?»À quoi nos pensées sont-elles dédiées?, à qui sont-elles destinées?: c’est la tension féconde entre ces deux questions qui nous met sur la voie d’une réflexion sur le sens que le verbe «repenser» peut revêtir dans la bouche d’un philosophe. À la différence de ceux qui s’imaginent que «repenser» veut dire simplement distribuer un peu différemment les cartes du savoir, les vrais «repenseurs» ne cessent de se demander à quel jeu ils jouent quand il s’efforcent de penser philosophiquement et ils cherchent à avoir une conscience plus nette des enjeux de ces jeux de la pensée. (shrink)
Questo articolo cerca di esplorare il rapporto tra parrēsia ed exemplum negli ultimi Corsi al Collège de France di Michel Foucault. A partire da L’ermeneutica del soggetto , viene analizzato il campo semantico e pratico relativo alla direzione di coscienza stoica ed epicurea, in cui Foucault oppone la parrēsia all’adulazione e alla retorica per collocarla invece all’interno di un’importante serie di concetti: la paradosis (la trasmissione dei discorsi di verità), il kairos (il momento giusto, la circostanza opportuna) e l’exemplum definito (...) come «il cuore della parrēsia » poiché esso assicura l’ adæquatio tra il soggetto di enunciazione e il soggetto di comportamento che si conforma alla verità espressa dal primo. Successivamente, viene posta l’attenzione sul legame tra parrēsia ed exemplum nell’ultimo Corso, Il coraggio della verità , per mettere in evidenza un’importante riconfigurazione all’interno della parrēsia cinica, in cui l’esempio appare come una categoria etica basata sulla permanenza e sull’identità a sé. Pertanto, esso si rivela inadeguato per questo regime aleturgico della parrēsia cinica, che invece consiste in un atteggiamento etico sperimentale, una mise à l’épreuve cui sottomettere la vita per arrivare a una trasformazione politica del mondo attraverso una continua e scandalosa provocazione degli altri, in grado di mettere in discussione la percezione di norme culturali e di abitudini consolidate. (shrink)
The Body at the Limits of Representation. The Theory of the Body and Painting in Merleau-PontyIn Eye and Mind,” Merleau-Ponty quotes a phrase from Valéry: “the painter brings his body with him.” He interprets the corporeal experience of the artist, not only as the center of a perceptual orientation or kinesthesis, but also as the inspiration for poets and for painters. In this sense, one can place his theory of body not only within the problematic of the phenomenological constitution of (...) the perceived object, but also in the context of the deconstruction of representation or in the genealogy of “de-representation” (Lyotard). By following Merleau-Ponty’s interpretation of the works of Cézanne and Klee, we are going to see how his theory of the experience of body and the formation of their works of art meet up in his consideration of the reversibility of the visible and the invisible. When Merleau-Ponty quotes Valéry’s phrase “the painter brings his body with him,” the body of the artist is no longer “subject-body” perceiving the world in a prosaic way; rather, the body is implicated in the anonymous vision at the source from which the painter’s expression emerges. Just as nature is recounted through the poet, it has the faculty of seeing itself through the painter. In the “Methods of Natural Research,” Klee says “the resonance surpasses all the optical foundations between myself and that which opposes me,” “the united anti-optic way of the root going out of the earth, which looks at me from down below all the way up to my eyes” and of the “united non-optic way of the universe come from above.” He demonstrates that this non-optic resonance, rather than a mirror and a black screen separating the light, allows the eye to be seen as a point of junction of non-optical things and thereby it constitutes a part of the circle created by the new nature of works (eine neue Natürlichkeit des Werkes). Following what is particular to Merleau-Ponty’s thought in which the body is conceived as a principle of de-representation, one sees, by means of his intention of assessing modern artistic creation as the deconstruction of classical ontology, the overcoming of the ontology of the object. In conclusion, we note that the theory of body and of painting in Merleau-Ponty brings to light the limit of the possibility of representation in modern art, by emphasizing especially the non-perception or the transcendence that one can discern in the perceptual field. By interrogating the body of the painter and the poet, that is, the poetic body or the body as symbolism, prior to its being diverted into being a result of the brain and of the libido where the body is no longer the body visible in the world, by doing this, Merleau-Ponty has found a way of placing the body beyond representation. Poièsis is no longer mimèsis in the banal sense of imitation, and the poetic body is not the representational body. But, he has found a way of placing it still in Visibility, as if there were a hinge in this border between the visible and the invisible, in this border between representation and de-representation, a border that one cannot definitively overcome by structuring it as a dichotomy. (De-representation, but the visible. Therefore the possibility of visible de-representation in the artistic creation, in poièsis.) This hinge, which denies us an alternation, is the body, the flesh, which is the condition of thought as ontological interrogation: an ontological interrogation in the age of ir-representation, in the age of the impossibility of representation (Vorstellung) and of poem (Dichtung), in the age of crowds where the image appears as one of my fellow creatures just like the shadow cast by existence.Il corpo ai limiti della rappresentazione. La teoria del corpo e della pittura di Merleau-PontyNe L’occhio e lo spirito Merleau-Ponty cita una frase di Valéry: “il pittore si dà con il suo corpo”. Egli interpreta l’esperienza corporea dell’artista non solo come il centro di un orientamento percettivo o cinestesico, ma anche come motivo d’ispirazione per poeti e per pittori. In questo senso, si può collocare la sua teoria del corpo non solo all’interno della problematica della costituzione fenomenologica dell’oggetto percepito, ma anche nel contesto della decostruzione della rappresentazione o nella genealogia della “derappresentazione” (Lyotard). Seguendo l’interpretazione merleaupontiana delle opere di Cézanne e di Klee, vedremo come la sua teoria dell’esperienza del corpo e la formazione delle loro opere d’arte convergano nella considerazione della reversibilità del visibilee dell’invisibile. Quando Merleau-Ponty cita la frase di Valéry “il pittore si dà con il suo corpo”, il corpo dell’artista non è più un corpo soggettivo che percepisce il mondo in modo prosaico; il corpo è piuttosto implicato nella visione anonima dell’origine dalla quale emerge l’espressione del pittore. In Wege des Naturstudiums, Klee afferma che “la risonanza sorpassa tutti i fondamenti ottici tra me e ciò che mi si oppone”. Egli dimostra che questa risonanza non-ottica, piuttosto che essere uno specchio o uno schermo nero che separa la luce, permette di vedere l’occhio come un punto di giunzione di cose non ottiche e ciò costituisce una parte del circolo creato dalla nuova natura delle opere (eine neue Natürlichkeit des Werkes). Seguendo la particolarità del pensiero merleaupontiano, secondo il quale il corpo è concepito come un principio di de-rappresentazione, si nota, in virtù della sua intenzione di interpretare la creazione nell’arte moderna come la decostruzione dell’ontologia classica, il superamento dell’ontologia oggettivistica. In conclusione, osserviamo come la teoria del corpo e della pittura di Merleau-Ponty chiarisca i limiti della possibilità della rappresentazione nell’arte moderna, enfatizzando l’impercezione o la trascendenza che si può distinguere nel campo percettivo. Interrogando il corpo del pittore e del poeta – il corpo poetico o il corpo come simbolismo, a monte del suo porsi come risultato della mente o della libido, là dove il corpo non è ancora corpo visibile nel mondo – Merleau-Ponty ha trovato il mondo di collocare il corpo al di là della rappresentazione. Poièsis non è più mimesis nel senso banale d’imitazione, e il corpo poetico non è il corpo rappresentativo. Egli ha trovato il modo di posizionare il corpo nella Visibilità, come se esistesse un punto di rovesciamento situato sul confi ne tra visibile ed invisibile, ovvero sul confine tra rappresentazione e de-rappresentazione: un confine che non si può definitivamente superare se lo si continua a strutturare come dicotomia. Questo punto, che ci nega un’alternativa, è il corpo, la carne, che è condizione del pensiero come interrogazione ontologica: un’interrogazione ontologica nell’era dell’ir-rappresentazione, nell’era dell’impossibilità di rappresentare (Vorstellung) o di creare poemi (Dichtung), nell’era delle masse, in cui l’immagine appare come uno dei miei simili, come l’ombra proiettata dall’esistenza. (shrink)
De nominibus & praedicationeAuctor dissertationis theses de nominum propriorum significatione et praedicatione, quas Lucas Novák in tractatione cui titulus De nominum propriorum significatione et „doctrina identificationis“ (SN 1 (2004)/1–2) evulgavit, analysi criticae subicit. Prima in parte sententiam de nominum propriorum significatione descriptiva breviter adumbrat et rationes, quibus S. Kripke ductus eam reiecit, in mentem legentium revocat. Deinde Lucae Novakii theses nonnulas circa vocum significationem mentisque humanae naturam valde dubias supponere ostendit, quae S. Kripkii doctrinam, nisi novis quibusdam argumentis confirmentur, refutare (...) haud valent. Ceterum auctor significationem istam minimam, quam Lucas Novák nominibus propriis concedat, nimis parvam esse arbitratur, quin genuinam sententiae descriptivae ideam salvare quaeat. In altera dissertationis parte auctor thesim de praedicatione ut identificatione quadam concepta, quam Lucas Novák defendit, non super identitatem illam fundari, quae axiomatibus theoriae identitatis vulgo describitur, demonstrat.On Names and PredicationThis paper is a polemic response to the essay “The Semantics of Proper Names and Identity Theory of Predication” by L. Novák (SN 1–2/2004). In the first part of the article, the so-called descriptive theories of proper names and Kripke’s challenge to these views are briefly presented. It is pointed out that Novák’s exposition rests upon certain presuppositions in the theories of meaning and mind, which are controversial and which – without further argument – can hardly cast doubt on the so-called New Theory of Reference. Furthermore, it is argued that Novák’s “minimal sense” of a proper name is too minimalistic and cannot be of service to the original idea of descripitivism. In the second part of the paper, an attempt is made to show that Novák’s extensional-intensional identity theory of predication is not based on identity, insofar as it is characterised by the axioms of the theory of identity. (shrink)
La cultura contemporanea è di solito denominata post-moderna. Essa si colloca nei confronti della modernità in un modo dialettico, assumendo l'ispirazione moderna ma criticandone alcune delle sue pretese. Il risultato è un contesto con luci e ombre in cui emergono importanti sfide, tra cui: il ricupero di una ragione non unilaterale e il superamento dei riduzionismi sociali e antropologici provocati dalla secolarizzazione. Se l'emarginazione della religione e l'indifferentismo religioso – fenomeni propri del processo di secolarizzazione – provocano un vuoto nell'uomo, (...) una sensibilità religiosa di carattere funzionale e individualista si rivela insufficiente in termini antropologici e religiosi. Di fronte a queste sfide, la fede cristiana si pone come istanza che permette l'apertura alla verità ( credo ut intelligam ) e offre la salvezza all'uomo nel ricondurlo all'amore di Dio. (shrink)
L’arte della memoria è uno degli archetipi della cultura occidentale fin dall’antica Grecia: è stato Platone ad ‘inventare’ l’immagine dell’anima come blocco di cera, su cui le sensazioni si imprimono come segni di sigilli; ed è stato poi Aristotele a riprendere in parte questo modello, arricchendolo però di temi fondamentali. Ma anche in epoche successive l’arte della memoria ha svolto una funzione fondamentale intrecciandosi a temi sia epistemologici che di schietta natura metafisica. Questo volume, frutto di un seminario tenuto alla (...) Scuola Normale nel settembre 2006, intende ripercorrere alcune delle principali stazioni della riflessione sulla memoria fra antichità e mondo moderno chiedendosi se, e in quale misura, questa relativa continuità di approccio si debba ad un consapevole attingere alla tradizione platonica e aristotelica; se, e in quale misura, elementi comuni o varianti del modello iniziale siano riportabili alle metafore adottate, sin da subito, per la descrizione dei processi mentali – riconducibili in ogni caso all’idea comune di ‘tracce’ che la sensazione imprime nell’anima. (shrink)
This paper attempts to engage with theoretical discourses to address these intersections of gender, body, and space in the forefront of contemporary Chinese visual artists’ radical performances. From Cui Xiuwen’s scandalous video installation Lady’s of the female bathroom in Tianshang Renjian Hotel to Ma Liuming’s iconic androgynous walk on the Great Wall, contemporary Chinese visual/performance artists have challenged the limits and borders of body as art in radically experimental ways. Feminist art has been liberated from female painting in the post-socialist (...) era, and gender hierarchy and norms have been more profoundly critiqued in these performative events. Pressed by the post-socialist political conditions, market economy, the influence of western art in the era of late capitalism, and the Confucian-Taoist tradition, the Chinese artists have embarked on an experimental journey, attempting to articulate a newness of their complicated lived experiences and to call for social and political transformations. (shrink)
Public sphere is an important idea of Habermas in the early research, which guided his latter research, especially in political philosophy field. According to Habermas’ research on public sphere, this paper researches public sphere’s significance in solving the legalization crisis of capitalism and remedying the democratic theory of bourgeoisie. Public sphere idea set up a new model of the democratic theory, deliberative democracy, which is better than democracy of both liberalism and republicanism, and become the most important theme of Habermas (...) in theory and practice. (shrink)