In response to the rapidly increasing application and abuse of psychological tests in China, the Psychometrics Division of the Chinese Psychological Society published the 2008 revisions of the Chinese Code of Ethical Use of Psychological Tests. We investigated the implementation status of the code 2½ years after its promulgation. Sample included 284 psychological professionals and psychology graduate students. The average accuracy rate for the appropriate use of psychological tests was 67.1% (range = 25.5?97.5%), with 10 items having accuracy rates below (...) 45%. Participants remained uncertain about the clients' rights to information about the purpose, psychometric properties, and scores of the tests. The most frequent violations involved ?using psychological tests without psychometric information for entertainment purposes? and ?using SCL-90 to measure mental health of normal people.? (shrink)
Hylas. «Veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva.» Devo dire che il fastidio di Manzoni verso le metafisiche inconcludenti mi sembra sacrosanto. Ma soprattutto mi sembra sacrosanto il suo richiamo al buon senso, quando aggiunge che «senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta (...) alla prima, finch’è nuovo nella questione.. (shrink)
Hylas. «Veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva.» Devo dire che il fastidio di Manzoni verso le metafisiche inconcludenti mi sembra sacrosanto. Ma soprattutto mi sembra sacrosanto il suo richiamo al buon senso, quando aggiunge che «senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta (...) alla prima, finch’è nuovo nella questione.. (shrink)
«Ci sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sogni la tua filosofia».1 Amleto si rivolgeva ad Orazio, ma le sue parole risuonano ancora oggi come un monito severo per chiunque – e siamo in tanti – si ostini a voler costringere la meravigliosa diversità dell’universo che ci circonda entro schemi categoriali ottusi e limitati. Per la verità c’è anche il rischio opposto, come osservava Nelson Goodman: «Ci sono (...) filosofie che si sognano di cose che non stanno né in cielo né in terra»2. Tuttavia è difficile negare che le grandi rivoluzioni copernicane si verifichino proprio quando riusciamo ad ampliare i nostri orizzonti e uscire dal provincialismo ontologico che ci tiene imprigionati. Questo vale per le scoperte astronomiche (le galassie, i buchi neri) così come per quelle microscopiche (l’antimateria, i quark, le stringhe). E vale ogniqualvolta ci troviamo dinnanzi a qualcosa che non sappiamo come classificare perché ci manca la categoria, come i coloni australiani dinnanzi ai primi esemplari di quell’animale che oggi chiamiamo ornitorinco: non un mammifero, per via delle uova; non un rettile, per via del sangue caldo; non un uccello, per via delle zampe. Nessuno si era mai sognato potesse esserci una bestia siffatta, eppure eccola lì, come dice Umberto Eco citando Lesson, sdraiata «di traverso sul sentiero del metodo tassonomico per provarne la fallacia»3. (shrink)
Eco. ...e finiamo in un dialoghetto immaginario. Umberto. Non che io abbia qualcosa in contrario, ma mi sento un po’ a disagio. Sono sempre stato una persona in carne ed ossa e ho sempre interagito, nel bene come nel male, con gente che esisteva davvero.
Plato. The republic.--Aristotle. Politics.--Cicero, M. T. On the commonwealth.--John of Salisbury. The prince versus the tyrant.--Machiavelli, N. The prince and the people.--Hobbes, T. The state of nature and the Leviathan.--Locke, J. The right of revolution.--Marx, K. and Engels, F. Bourgeois and proletarians.--Bakunin, M. A. The Paris Commune and the idea of the state.--Mill, J. S. On liberty.--Lenin, V. I. Marxism and the withering away of the state.--Hitler, A. Race and the folkish state.--Mao Tse-tung. From the masses, to the masses.--Che Guevara, (...) E. Create two, three, many Vietnams. (shrink)
This paper considers some thesis proposed by Maurice Merleau-Ponty during his lessons on sleeping and dreaming in the mid fifties, also with reference to the contemporary scientific debate. Dreaming and sleeping constitute a privileged perspective for considering the characteristic human interweaving of natural and cultural aspects, of animality and meaning. The immediate association of sleeping with a suspension of consciousness and with an absence of worldly contacts seems problematic. Furthermore the dualistic opposition between conscious activity and bodily passivity seems far (...) less obvious. Besides it appears as not taken for granted that human acting and experiencing could be always considered as first person's phenomena. (shrink)
This introduction emphasises the relevance of the theoretical feminist reflection presented by Wendy Brown in her Politics Out of History . The Italian translation of the book, which introduces Brown’s thought to the Italian public for the first time, provides the opportunity to deepen the understanding of her feminist contribution to the comprehension of the crisis of sovereignty. The book, in fact, could be investigated as a sort of link between, on the one hand, 1990s Brown’s reflection on the crisis (...) of liberal universalism, political modernity and on the gendered constructions of such concepts as State and citizenship and, on the other, her more recent analysis on the reconfiguration of power and sovereignty in the age of globalization as expressed in her 2010 Walled States, Waning Sovereignty . At the core of her reflection, a crucial role has been played by the deconstruction of the nexus freedom-power-rights that enlightens the ambiguities, the semantic ambivalences and the political-theoretical traps inherent in the linear and progressive narration of political modernity. (shrink)
Questa conferenza offre una presentazione semplificata del concetto di contesto nella filosofia analitica,in particolare nella filosofia del linguaggio. E' semplificata perché tralascia una serie di discussioni rilevanti per fermarsi alle grandi linee che segnano l'emergenza del concetto di contesto in filosofia del linguaggio. Inoltre mi concentro su un aspetto particolare del dibattito: la linea di confine tra pragmatia e semantica e il ruolo che il concetto di contesto ha in questo dibattito, cercando di evidenziare i punti di disaccordo tra le (...) parti in causa. Nel primo paragrafo riprendo brevemente alcune idee di Frege, mostrando come aiutano a individuare una tripartizione abbastanza standard del concetto di contesto. Nel secondo paragrafo riespongo una tripartizione fatta da John Perry, cercando di "generalizzare" quello che Perry chiama "contesto postsemantico". Nella serie di esempi che seguono, mostro dove si situa il punto di discrimine tra la teorie più vicine alla semantica tradizionale e le teorie contestualiste radicali, che danno maggior rilevanza agli aspetti cognitivi rispetto a quelli semantici. Riprendo quindi in generale le due strategie alternative che si contrappongono sul modo di considerare i rapporti tra semantica e pragmatica. Nell'ultimo paragrafo provo a indicare quali sono i principali problemi dell'assunzione di una prospettiva radicalmente contestualista. (shrink)
Questo volume prende in considerazione, analizza e commenta in modo critico alcune recenti interpretazioni della filosofia di Giordano Bruno, che hanno attraversato la seconda parte del '900, indirizzandone l'orizzonte di comprensione. Il testo inizia con l'interpretazione di M.A. Granada e di M. Ciliberto, per poi accedere a quella di M. Ghio e A. Ingegno. Il volume si conclude con l'analisi ed il commento dell'interpretazione fornita da W. Beierwaltes. Una piccola bibliografia bruniana conclude il testo.
Ciò che qui chiamo Materialismo indiano non deve intendersi come scuola filosofica unica ed univocamente impostata, bensì come insieme di correnti di pensiero, propugnanti differenti punti di vista, ma tutte collocate entro l’orizzonte concettuale che nega ciò che in Occidente si usa chiamare Trascendente. Inoltre, com’è ovvio, bisogna distinguere tra un Materialismo filosofico – che prenderò in considerazione qui – ed un Materialismo, per così dire, popolare – al quale mi riferirò solo se necessario. Due sono le impostazioni materialiste che (...) intendo trattare: l’una riguarda i sostenitori dell’esistenza di cinque elementi materiali (bhūtapañcakavādin) che chiamerò, seguendo Ramkrishna Bhattacharya, proto-Materialisti, l’altra concerne i sostenitori dell’esistenza di quattro elementi materiali (bhūtacatuṣṭayavādin), tra cui i Cārvāka. (shrink)
Chi ha l'abitudine di sfogliare le riviste filosofiche sa che "metafisica" non è più una parola che scotta. I maestri dell'inizio del secolo (gli empiristi logici sono l'esempio più tipico) identificarono la metafisica con il non-senso e usarono la parola come un marchio di infamia. Non mancavano precedenti nella storia della filosofia. Ma oggi gli allievi di quei maestri preferiscono rifarsi ad un uso diverso, meno fazioso, del termine per indicare con esso un'indagine filosofica, che non solo non deve essere (...) trascurata, ma concerne i fondamenti di molte altre ricerche, ed è quindi per molti versi centrale. (shrink)
— Alla domanda «Che cosa esiste?» Quine rispondeva con un semplice «Tutto». Dire «tutto», però, equivale a dire nulla, a meno che non si forniscano indicazioni più dettagliate. Vogliamo sapere in che cosa consiste questo tutto, vogliamo un elenco dettagliato delle entità che vi rientrano, vogliamo una loro caratterizzazione. Il testo che segue cerca di fare il punto sulla possibilità di fornire queste indicazioni e chiarire in tal modo la questione ontologica senza avventurarsi in questioni metafisiche di portata più ampia.
“Identità” qui si intende nel senso già precisato da Aristotele di “identità numerica”, che si ha “quando i nomi sono parecchi, ma la cosa è una sola” e, non nel senso di “identità specifica”, che si ha invece “quando gli oggetti, pur essendo parecchi, non rivelano differenze quanto alla specie”.1 In questo articolo intendo fornire al lettore indicazioni introduttive (non certo esaustive) sul posto che la nozione di identità numerica occupa nella logica contemporanea e nell’area di riflessione filosofica del Novecento (...) più strettamente legata alla logica, la filosofia analitica. Nella terza parte proporrò qualche spunto per un’indagine originale. (shrink)
Cominciamo da lontano. Supponiamo che un giorno ci si presenti l’occasione di poter chiedere a un oracolo onnisciente di dirci, una volta per tutte, che cosa c’è. Non sto pensando al sogno dello scienziato pigro, che vorrebbe sentirsi dire senza troppi sforzi come è fatto il mondo. Sarebbe eccessivo, e del resto non è detto che saremmo in grado di capire la risposta. (Potrebbe essere formulata nel linguaggio di una teoria scientifica che non conosciamo.) Sto semplicemente pensando all’opportunità di sentirci (...) dire che cosa c’è e che cosa non c’è, in modo da poter concentrare in nostri sforzi – quelli della ricerca scientifica come quelli un po’ più speculativi della riflessione filosofica – sullo studio delle cose reali, evitando così inutili sprechi di energie. Se, per esempio, l’oracolo ci dicesse che la fontana della giovinezza non esiste, come è probabile, faremmo bene a smettere di cercarla, così come se tempo fa ci avesse detto che il flogisto non esiste non avremmo sprecato il nostro tempo a cercare di studiarne le proprietà. E se ci dicesse che nell’universo non esistono altre forme di vita oltre a quelle esemplificate sul nostro pianeta, cosa peraltro improbabile, allora potremmo dirottare i cospicui investimenti dedicati alla loro ricerca verso obiettivi più realistici e, di conseguenza, più utili. (shrink)
La metafisica è quel ramo della filosofia che ha come oggetto la realtà considerata nei suoi aspetti più fondamentali e generali. L’origine del termine (letteralmente: ‘dopo’ o ‘oltre la fisica’) risale agli editori delle opere di Aristotele nel I secolo a.C., che lo usarono per classificare gli scritti dedicati a quest’argomento e ritenuti, appunto, posteriori a quelli dedicati alla fisica. L’essere si dice in molti modi, scriveva Aristotele in quelle pagine, e a questa molteplicità di significati corrispondono domini d’interesse specifici. (...) La matematica, per esempio, si occupa dell’essere sotto il profilo quantitativo, la fisica sotto il profilo naturale. La metafisica (che Aristotele chiamava ‘sapienza’ o ‘filosofia prima’) si occupa invece dell’essere nel suo complesso, considerato sotto il profilo generalissimo della sua esistenza: l’essere in quanto essere. (shrink)
Sarà capitato anche a voi, in treno, di cercare di aprire la porta tra un vagone e l’altro con l’espressivissima maniglia e, solo dopo non esserci riusciti, di aver notato il meno eloquente pulsante sulla destra. Il fenomeno non è troppo diverso da quando, non avendo capito qualcosa, chiediamo di farci un esempio. La convinzione —falsa—che parlare possa essere surrogato dall’indicare degli oggetti nasconde l’idea –vera– che gli oggetti parlino, e che alcuni parlino meglio di altri. Per capirlo, non c’è (...) bisogno di portarsi dei fagotti per intrattenere delle conversazioni come fanno gli accademici di Lagado nei Viaggi di Gulliver. Basta liberarsi del pregiudizio secondo cui le cose sono mute, staccarci un po’ dall’attenzione ossessiva sui Soggetti, e prestare la giusta attenzione a quella realtà espressiva, evidente, infaticabile, che ci dice “sono io, sono qui”. (shrink)
Insieme a John McDowell, Robert Brandom è uno dei filosofi emergenti della reazione al naturalismo filosofico; seguace Wilfrid Sellars, è l'autore americano che più si avvicina al dialogo con la filosofia continentale e propone una rivalutazione di Kant e Hegel nella filosofia analitica. Già allievo di Richard Rorty, Brandom è diventuo famoso con la pubblicazione di Making it Explicit. Questo ponderoso volume di 900 pagine non ha avuto però ancora una sufficiente attenzione nel dibattito filosofico italiano (a parte alcuni inteventi (...) pubblicati su Iride). Forse questo dipende in parte dalla peculiarità e difficoltà del suo approccio, in parte dalla mole stessa del citato volume. Anche per questo motivo Brandom ha presentato una serie di lezioni2 ove riprende i temi del libro maggiore e ne approfondisce alcune parti. In quanto segue si presentano i temi fondamentale di Making it Explicit, arricchiti con elementi presi dal nuovo approfondimento. (shrink)
Secondo una terminologia oggi piuttosto diffusa, l’ontologia si occuperebbe di stabilire che cosa c’è, ovvero di redigere una sorta di inventario di tutto l’esistente, mentre la metafisica si occuperebbe di stabilire che cos’è quello che c’è, ovvero di specificare la natura degli articoli inclusi nell’inventario 1. Per esempio, la tesi in base alla quale esistono entità come i colori o le virtù competerebbe all’ontologia, mentre rientrerebbe nei compiti della metafisica stabilire se queste entità siano forme platoniche, universali aristotelici, accidenti individuali, (...) tropi, e così via. Allo stesso modo, spetterebbe all’ontologia determinare se quando parliamo di Pinocchio, dei numeri naturali, delle passeggiate di Sebastian o dello stile Biedermeier stiamo parlando di cose che esistono o sono esistite davvero, ma sarebbe la metafisica a dirci qualcosa di preciso in merito ai loro tratti salienti, per esempio che Pinocchio è un concetto individuale, che i numeri sono oggetti astratti, che le passeggiate sono eventi irripetibili estesi nello spazio e nel tempo, e così via. (shrink)
Ci imbattiamo in un confine ogni volta che pensiamo a un’entità demarcata rispetto a ciò che la circonda. C’è un confine (una superficie) che delimita l’interno di una sfera dal suo esterno; c’è un confine (una frontiera) che separa il Maryland dalla Pennsylvania. Talvolta la collocazione esatta di un confine non è chiara o è in qualche modo controversa (come quando si cerchi di tracciare i limiti del monte Everest, o il confine del nostro corpo). Talaltra il confine non corrisponde (...) a una discontinuità fisica o a una differenziazione qualitativa (come nel caso dei confini del Wyoming, o della demarcazione tra la metà superiore e la metà inferiore di una sfera omogenea). Ma, che sia netto o confuso, naturale o artificiale, sembra esservi per ogni oggetto un confine che lo separa dal resto del mondo. Anche gli eventi hanno confini, quantomeno confini temporali. Le nostre vite sono delimitate dalle nostre nascite e morti; una partita di calcio comincia alle quindici in punto e termina col fischio finale dell’arbitro alle sedici e quarantacinque. E a volte si dice che anche le entità astratte, come i concetti o gli insiemi, hanno dei propri confini. Se tutto questo parlare di confini abbia davvero un senso, e se rifletta la struttura del mondo o solo l’attività organizzatrice del nostro intelletto, è però oggetto di profonda controversia filosofica. (shrink)
La filosofia non è una scienza empirica e si regge in buona misura sull’argomenta- zione (→), cioè sulla capacità di giustificare certe affermazioni, o tesi, sulla base di altre ritenute vere. Sin dall’antichità la teoria dell’argomentazione ha pertanto occupato una posizione di rilievo nella ricerca filosofica, e già a partire da Aristotele ha contribuito a definire quel settore disciplinare che oggi chiamiamo logica (dalla parola greca logos, che significa tra l’altro ‘discorso’, ‘ragionamento’). Aristotele stesso codificò la materia in maniera sistematica, (...) secondo schemi e principi che rimasero insuperati per oltre due millenni (→ sillogistica). A partire dal XIX secolo la teoria logica subì però mutamenti profondi, grazie soprattutto all’opera del matematico inglese George Boole e del filosofo tedesco Gottlob Frege, e nel XX secolo si è assistito a sviluppi straordinari che hanno portato all’applicazione della logica non solo in filosofia ma anche in altri ambiti di ricerca (dalla linguistica al diritto sino all’informatica). (shrink)
Sommario. Prima che di definire un modello della coscienza e comprendere che cosa sia un fenomeno soggettivo, è necessario sviluppare una teoria della prospettiva in prima persona. Questa teoria deve essere concettualmente con- vincente, empiricamente plausibile e, soprattutto, aperta a nuovi sviluppi. Il quadro di riferimento concettuale deve essere coerente con il progresso scienti- fico. Le sue ipotesi fondamentali devono essere adattabili in modo da permette- re a nuovi risultati sperimentali di essere inseriti nel modello teorico. Questo ar- ticolo tenta (...) di definire le linee generali di una teoria in grado di offrire un’analisi rappresentazionale della prospettiva in prima persona. Tre proprietà fenomeniche sono centrali a quest’analisi: “egoicità” (la proprietà fenomenica; il senso di possesso di una sensazione), “selfhood” (l’esperienza cosciente di essere qualcuno) e la prospetticità (una caratteristica strutturale: il fatto che lo spazio fenomenico appaia organizzato attorno a un centro, una prospettiva su- per-modale). Questo articolo analizza queste proprietà da un punto di vista sia rappresentazionale che funzionale. Introdurrò nuovi vincoli concettuali per le rappresentazioni fenomeniche e due entità teoriche necessarie per capire che cosa sia la prospettiva in prima persona: “il modello fenomenico del sé” (PSM: phenomenal self model) e il “modello fenomenico della relazione intenzionale” (PMIR: phenomenal model of intentional relation). Un modello fenomenico del sé è una struttura rappresentazionale plurimodale, il cui contenuto costituisce il contenuto dell’esperienza del sé cosciente. Ha due caratteristiche importanti. Primo, è l’unica struttura rappresentazionale ancorata nel cervello da un colle- gamento funzionale permanente. Secondo, parti consistenti del PSM sono fe- nomenicamente trasparenti: non posso essere identificate come rappresentazioni all’interno del sistema. Sono intrappolate in quello che è stato definito un “in- genuo realismo auto-ingannevole”.. (shrink)
C’è una logica sola? Io dico di no. O meglio, dico che c’è una logica sola per ogni modo di specificare in maniera esaustiva la classe delle situazioni logicamente possibili, cioè la classe dei modelli del linguaggio; ma poiché non c’è un unico modo di specificare questa classe, dico che non c’è un’unica logica se non in un senso relativo. Naturalmente, dato un linguaggio L e due diverse teorie logiche T1 e T2 per L, si può sempre considerare il nucleo (...) comune a entrambe le teorie, cioè l’insieme dei principi su cui entrambe le teorie concordano. In generale, si potrebbe quindi associare a L la logica minima T0 corrispondente al nucleo comune a tutte le teorie in competizione. Tale teoria sarebbe definita in maniera univoca e consentirebbe di evitare conclusioni di natura relativista, ammesso che si sia disposti a restringere opportunamente i confini della logica. (T0 sarebbe ovviamente una teoria molto debole.) Tuttavia è anche possibile che queste teoria minima T0 risulti vuota se la sintassi di L non contiene alcun ingrediente la cui interpretazione sia indipendente dalla specificazione dei modelli di L. In quanto segue cercherò di dimostrare che le cose stanno proprio così, e userò questo risultato per difendere una concezione della logica convenzionalista e—quindi—relativista. (shrink)
L’ontologia è quel ramo della filosofia che, secondo una definizione oggi piuttosto diffusa, verte intorno alla domanda: “Che cosa esiste?”. Nata con Aristotele, sebbene battezzata soltanto nel XVII secolo, questa disciplina ha occupato una posizione di rilievo per tutta la storia del pensiero filosofico, e dopo un periodo di profondo ripensamento nella prima metà del XX secolo è oggi al centro di un rinnovato interesse soprattutto nell’ambito della cosiddetta filosofia analitica. Questo libro offre al lettore italiano un quadro dettagliato e (...) al tempo stesso accessibile dei temi di ricerca attualmente più discussi. La prima parte (capitoli 1 e 2) riguarda i fondamenti della disciplina, con particolare riferimento alle diverse concezioni che se ne possono avere e al problema di demarcarne il campo d’interesse rispetto a quello della metafisica in senso lato. La seconda parte (capitolo 3) offre invece una panoramica dei quesiti concreti intorno ai quali ruota gran parte del dibattito contemporaneo, indipendentemente dalle visioni di fondo e dalle metodologie di riferimento. Il volume è corredato da una scheda di approfondimento tematico e da una ricca bibliografia. (shrink)
La Legge di Non-Contraddizione (LNC) dice che nessuna contraddizione può essere vera. Ma cos’è una contraddizione? E cosa occorrerebbe perché una contraddizione fosse vera? Come ha mostrato Patrick Grim1, un rapido sguardo alla letteratura rivelerà una grande varietà di interpretazioni differenti dei termini di base e, conseguentemente, della LNC. In effetti, Grim identifica qualcosa come 240 diverse opzioni (con un conteggio prudente), e non credo occorra indugiare ulteriormente sulla combinatoria concettuale che si nasconde dietro questo comune frammento di terminologia logica. (...) Intendo tuttavia concentrarmi su una delle principali ambiguità elencate da Grim – un’ambiguità che, a mio avviso, è al cuore della questione. E intendo proporre un argomento in virtù del quale, risolvendo l’ambiguità in un certo modo, la LNC risulta non negoziabile, mentre, risolvendola in un altro modo, è perfettamente plausibile supporre che la LNC possa, in circostanze molto speciali e forse poco desiderabili, venir meno. (shrink)
Dei numerosi libri che hanno iscritto Nelson Goodman tra i giganti della filosofia del Novecento, questo può a buon diritto considerarsi il più fortunato ma anche il più difficile, il più discusso, il più scomodo. Pochi giorni dopo la sua comparsa in libreria, nell’autunno del 19781, la New York Review of Books ne pubblicò una recensione a firma di W. V. O. Quine che non esitava a definirlo «una congerie».2 Si parla di stile, di teoria della citazione, di illusioni ottiche, (...) di filosofia della natura e filosofia dell’arte. Si citano Peirce, Gombrich e Kanizsa a fianco di Kant, Dummett, Woody Allen. Si coniano neologismi («acquacentrico») quando pure esistono parole che fanno al caso («idrocentrico»). Insomma, c’è un po’ di tutto, e «la fragilità del tutto riflette la filosofia che lo tiene insieme: la dottrina secondo cui ci sono svariati mondi, nessuno dei quali onnicomprensivo»3. A Goodman la recensione non piacque e la risposta non si fece attendere. In una lettera all’Editore pubblicata due settimane dopo4, il filosofo ringraziava per la pronta recensione ma accusava il Professor Quine di aver taciuto ai lettori che il libro era da leggersi sullo sfondo delle opere che l’avevano preceduto: La struttura dell’apparenza, Fatti, finzione e previsione, I linguaggi dell’arte e Problemi e progetti.5 E assicurava che.. (shrink)
Chi viene da fuori prima o poi si imbatterà nel cartello. Potrebbe essere cento metri piu in là e non cambierebbe nulla. Ma è lì. È lì perché è lì che Torino comincia (o finisce, per chi venisse da dentro). Uno dice «Ah» e tira dritto. Eppure in quel cartello conficcato nel terreno si nasconde una lunga storia; nel varcare quella linea di confine si entra in uno spazio nuovo al cui interno, magicamente separati da tutto il resto, ci si (...) chiama torinesi—si parla la stessa lingua, ci si affida alle stesse autorità, ci si batte per risolvere gli stessi problemi e migliorare la qualità di una vita in comune. I confini sono fatti così: sono linee sottili ma potenti; linee che, separando, uniscono; linee definitore che spesso non riusciamo a vedere perché non risiedono nelle cose, ma solo nei segni a matita dei cartografi e nei vomeri immaginari degli amministratori, e dalle quali tuttavia dipende il nostro senso di appartenenza a un luogo; linee per le quali, ahimè, a volte si è anche combattuto, sebbene oggi scompaiano sempre più nella confusione delle tangenziali, dei cavalcavia, dei raccordi, delle rotatorie, delle serpentesche circonvoluzioni che svaniscono tra zone industriali, aree di residua campagna, retroscena di distributori invecchiati male. (shrink)
Come tutti gli ambiti teorici e pratici della civiltà occidentale anche la riflessione pedagogica viene investtita dalla potenza ideologica del neoliberismo, che intende trasformare e rivoluzionare a partire dagli anni '80 del Novecento tutte le forme in senso lato culturali sviluppatesi a partire dagli anni '60 e '70 del medesimo secolo. L'applicazione del principio della post-modernità frantuma e dissolve progressivamente le prospettive di cambiamento precedenti, assegnando alla civiltà capitalistica un'esistenza assoluta ed immodificabile. Tutti gli intenti che hanno di volta in (...) volta dimostrato di voler moderare e limitare (o condizionare) queste pretese non sono riuscite a raggiungere i propri scopi, favorendo al contrario la rincorsa regressiva operata dal sistema ideologico dominante. Solo la ripresa di una concezione di nuovo rivoluzionaria può invece, proprio a partire da una rinnovata pedagogia radicale e democratica, risolvere i problemi di mera sopravvivenza della civiltà umana e del suo contesto naturale, scatenati dalla illimitata volontà di potenza del neoliberismo economico e finanziario. (shrink)
Commentare un disegno di Steinberg è per un filosofo come commentare il lavoro di un collega (e quanto diverso, quanto più gratificante che commentare le boutade illusionistiche di un Escher e la loro spessa e fumosa simbologia). Il perché non è facile da sviscerare. In parte vorremmo dire che si tratta di disegni che parlano, ma questo non ci porta molto lontano: tutti i disegni dicono qualcosa, in parte. Vorremmo forse anche dire che si tratta di disegni che danno da (...) pensare, ma anche questa caratterizzazione lascia il tempo che trova se non si offre una qualche spiegazione di come ciò avvenga. E la spiegazione rischia di essere aneddotica, di parlare più di colui che la cerca che non del disegno stesso. (shrink)
Le argomentazioni presentate in questo volume costituiscono il primo contributo dell’autore al progettato compito di un’analisi e commento completi e puntuali dei principali testi filosofici di Giordano Bruno. Iniziando con il "De umbris idearum" e procedendo con le prime opere in latino, l’autore intende svelare le basi teoretiche della prima speculazione bruniana, destinate ad essere riprese, ampliate ed approfondite nei testi successivi, i "Dialoghi Italiani", così come, in una originale prospettiva atomistica, in quelli latini delle ultime fasi. Il "De umbris (...) idearum" costituisce in questa prospettiva il testo base della difficile e complessa speculazione bruniana: assolutamente lontano – come del resto indicato dalle esplicite affermazioni del filosofo di Nola – dall’impiego pragmatico e retorico della tradizionale arte della memoria, esso piuttosto costruisce progressivamente uno spazio di riflessione di natura ontologica, metafisica e teologica, con influssi sulle considerazioni razionali e naturali. In questo modo l’arte di memoria bruniana diventa la memoria di un arte filosofica civile, la necessità del ricordo di una possibilità del pensiero e della prassi incardinata sulla presenza di un plesso centrale creativo e dialettico, che progressivamente consente l’inserimento della principale innovazione escogitata dalla filosofia bruniana: il concetto (con la relativa prassi) dell’infinito. Direttamente tematizzato nei dialoghi in italiano, il concetto creativo e dialettico dell’infinito bruniano separa progressivamente l’autore nolano dalla tradizione neoplatonico-aristotelica, definendo in tal modo uno schema interpretativo della realtà diverso ed opposto rispetto a quello che – oltre l’apparente rivoluzionarietà della scienza moderna – ha innervato i principali sviluppi della civiltà occidentale moderna e contemporanea. (shrink)
Alexandre Koyré ha scritto che Newton e la scienza che è seguita sono responsabili di aver spaccato il mondo in due: da un lato il «mondo delle qualità e delle percezioni sensibili», dall’altra il «mondo della quantità e della geometria reificata». Un confronto anche sommario tra i fatti che risultano veri per il senso comune e falsi nell’immagine scientifica (o viceversa) sembra dar ragione a Koyré e ai tanti filosofi che hanno adottato la dicotomia. Ma si tratta davvero di (...) una dicotomia reale? Il mondo del senso comune è davvero un «altro mondo» rispetto a quello delle scienze fisiche? Nelle pagine che seguono cercheremo di articolare una risposta negativa a queste domande. (shrink)
Il volume raccoglie il lavoro di ricerca, di analisi e di commento, dedicati ai "Dialoghi Italiani" di Giordano Bruno, che è stato presentato quale tesi di dottorato in filosofia presso l'Università degli studi di Padova, nel febbraio del 2002. Il testo comprende un confronto fra la tradizione dei testi aristotelici della "Metafisica", "Fisica" e "Il cielo" ed i testi in volgare di Giordano Bruno, analizza i testi bruniani giungendo alla scoperta del principio dell'infinito creativo e doppiamente dialettico e presenta una (...) panoramica delle principali interpretazioni fornite al pensiero bruniano durante l'800 ed il '900. (shrink)
Il filosofo britannico Alfred North Whitehead—autore, insieme a Bertrand Russell, di quei Principia Matematica da cui è scaturita gran parte della logica del ventesimo secolo—una volta scrisse che l’intera tradizione filosofica europea potrebbe essere letta come una lunga serie di note in calce alle opere di Platone. Tra i filosofi europei vi è poi chi ha affermato che tutta l’opera di Platone potrebbe leggersi come una serie di note in calce ad Anassimandro. Quindi, per l’irresistibile transitività delle note alle note, (...) tutta la filosofia europea si ridurrebbe a un commentario di un solo autore presocratico, dei cui scritti peraltro ci è rimasta una sola frase intera. E poiché l’autore in questione era diretto discepolo di quel Talete di Mileto che molti considerano il primo vero filosofo dell’antichità, e dei cui scritti non ci resta nemmeno una frase, se ne potrebbe concludere che l’intera storia della filosofia europea non è altro che un paradossale sforzo esegetico, un esercizio di ermeneutica impossibile in cui le menti migliori si sarebbero cimentate nell’interpretazione di testi perduti o addirittura inesistenti. (shrink)
Questo breve volume prende in considerazione, analizza e commenta alcune interpretazioni magistrali della filosofia di Giordano Bruno, che hanno attraversato l'800 ed il '900, indirizzandone l'orizzonte di comprensione. Il testo inizia con l'interpretazione di G.W.F. Hegel e di B. Spaventa, per poi accedere a quella di G. Gentile. Il volume si conclude con l'analisi ed il commento dell'interpretazione fornita da N. Badaloni. Una piccola bibliografia bruniana conclude il testo.
La vaghezza è un fenomeno pervasivo del pensiero e del linguaggio ordinario. Abbiamo una buona idea di che cosa significhi dire che una persona è calva, alta, o ricca, ma a volte ci troviamo spiazzati. Alcuni uomini sono chiaramente calvi (Picasso), altri non lo sono (il conte di Montecristo), e altri ancora sono casi intermedi (Bertinotti): non c’è un numero esatto di capelli che segni il confine tra i calvi e i non-calvi. Allo stesso modo, è ridicolo supporre che vi (...) sia un’altezza precisa che segni il limite tra chi è alto e chi non lo è, o un’esatta somma di denaro che separi i ricchi dai nonricchi. Nella metafora di Frege, concetti come questi sono privi di una “frontiera precisa”.1 E ciò non vale soltanto per quei concetti che trovano espressione nella categoria grammaticale degli aggettivi: vale anche per molti concetti che corrispondono a sostantivi (qual è l’altezza minima di una montagna?), a verbi (qual è la velocità minima a cui si può correre?), e così via. Anche le espressioni di cui ci serviamo per identificare entità particolari possono essere indeterminate. Non solo è vago il nostro concet- to di montagna: sembra proprio che anche quando ci riferiamo a una montagna particolare—un oggetto al quale il concetto in questione si applica senza mezzi termini—il nostro riferimento possa risultare gravemente indeterminato. Non c’è dubbio che il Cervino sia una montagna. Ma quali sono esattamente i suoi confini spaziali? (A che punto lungo un percorso che dalla vetta conduce in pianura diremo di non essere più sul Cervino?) Quali sono i suoi confini temporali? (A che punto di un processo di corrosione diremo che il Cervino cessa di esistere?) Come ha scritto Russell, si potrebbe pensare che “tutto il linguaggio” sia vago.2 E siccome il linguaggio è lo strumento principale mediante il quale diamo espressione all’immagine che ci facciamo del mondo, si presenta una domanda di fondo.. (shrink)
Due programmi diversi si intersecano nel lavoro di Frege sui fondamenti dell’aritmetica: • Logicismo: l’aritmetica `e riducibile alla logica; • Estensionalismo: l’aritmetica `e riducibile a una teoria delle estensioni. Sia nei Fondamenti che nei Principi, Frege articola l’idea che l’aritmetica sia riducibile a una teoria logica delle estensioni.
La mente non è sempre esistita ma è stata inventata: inventata nel senso che, a un certo punto, qualcuno ha introdotto il concetto di mente. Chi lo abbia introdotto per primo è una questione controversa. Per esempio, Putnam a f f er ma c he , a nc he s e «i n que s t os e c ol os i pa r l a c ome s e l a me nt e f os s e qua s (...) i un’ i de a autoevidente», nondimeno la nozione attuale di mente «non è molto antica, o almeno la sua Ce r t o, «l e pa r ol e ‘ me nt e ’ e ‘ a ni ma ’ , o a l me no i l or o a nt e na t i egemonia non è molto antica».1.. (shrink)
In quanto segue si d× in poche pagine un'idea del paradigma classico della logica assiomatica; Ë un richiamo alla terminologia e ai simboli che si useranno in seguito. I due successivi capitoli presentano i problemi ce hanno segnato la nascita del paradigma classico e un confronto con il paradigma tradizionale della logica aristotelica.
Questo breve volumetto prosegue l'analisi iniziata a proposito del confronto fra la speculazione bruniana e la metafisica aristotelica. Ora la critica bruniana si appunta sul testo aristotelico della "Fisica", demolendo e disgregando la possibilità che non vi sia un principio ed un movimento infinito. Seguendo ed integrando le riflessioni precedenti, il pensiero di Giordano Bruno conserva l'unitarietà fra momento teoretico e momento pratico, approfondendo la determinazione dell'infinito creativo e doppiamente dialettico.
La prima fase della carriera filosofica di Saul Kripke è legata principalmente, se non esclusivamente, ai suoi contributi in ambito logico. Si tratta di contributi che hanno avuto un impatto enorme soprattutto in due capitoli centrali di questa disciplina, la logica modale e la teoria formale della verità, con conseguenze e ramificazioni che hanno interessato un po’ tutta la filosofia analitica contemporanea. In questo capitolo cerchiamo di ricostruirne i tratti principali e di evidenziare la loro portata con particolare riferimento alla (...) filosofia del linguaggio e alla metafisica. La sezione 1 è dedicata alla logica modale. Della teoria della verità, che è un po’ più complessa, ci occupiamo nella sezione 2. (shrink)
Le argomentazioni presentate in questo testo costituiscono le conclusioni ultime e definitive di un lavoro di ricerca, che ha investito l’insieme dei "Dialoghi Italiani", riuscendo a reperire ed a far emergere quello che pare il nucleo più profondo ed importante – il vero e proprio elevato fondamento – della speculazione bruniana: la presenza attiva di un concetto triadico teologico-politico – il "Padre", il "Figlio" e lo "Spirito" della tradizione trinitaria cristiana – però riformulato attraverso il capovolgimento rivoluzionario di questa stessa (...) tradizione, attuato attraverso il concetto creativo e dialettico dell’infinito. In questo modo la stessa tradizione platonica pare subire una trasformazione essenziale, abbandonando qualunque forma di alienazione e negazione, per riaprirsi invece verso soluzioni che paiono riprendere moniti ed osservazioni suscitati dalle prime, grandi e maestose, speculazioni dei filosofi presocratici. Talete, Anassimandro, Anassimene, Parmenide, Eraclito ed Empedocle sembrano rivivere nei testi bruniani, riproponendo una soluzione ben diversa a quei nodi e problemi teoretico-pratici – fondamentale il rapporto Uno-molti e tutto ciò che da esso consegue, sia sul piano naturale che politico – apparentemente risolti e codificati dal pensiero postsocratico, prima platonico e poi aristotelico. L’inscindibilità del principio di libertà (la figura teologica del "Padre") ed eguaglianza (il "Figlio"), attraverso il richiamo alla fonte amorosa infinita ed universale (lo "Spirito"), consente alla riflessione bruniana di presentare per la prima volta nel panorama filosofico mondiale di tutti i tempi la possibilità di salvaguardare sia l’aspetto creativo naturale, che la diversità politica, presentando nel contempo un concetto di ragione capace di esprimere un movimento infinito sempre aperto ed attento alla molteplicità. In questa liberazione della potenza e della volontà dalle strettoie ordinate e gerarchiche della tradizione il pensiero e la riflessione di Giordano Bruno danno inizio alla modernità, ripresentandosi quale mirabile soluzione ogni qual volta potere e violenza paiono assestarsi e reciprocamente incrementarsi, in un circolo apparentemente indistruttibile. Allora i capitoli di questo libro – attraverso l’analisi di concetti importanti nella filosofia bruniana, quali quelli del desiderio e dell’immaginazione, della materia e della ragione – riattraversano la storia della definizione filosofica delle entità reali più importanti – Dio, Natura, Ragione, Uno – per mostrare un’opposizione fondamentale: l’opposizione fra la fusione speculativa apportata dal pensiero neoplatonico-aristotelico (antico, moderno e contemporaneo), attenta alla difesa della necessità ordinata di un mondo unico, e la liberazione speculativo-pratica bruniana, attenta a far rivivere la coscienza dell’infinito, in noi e fuori di noi. (shrink)
Molti sistemi cognitivi, tra cui anche alcuni agenti artificiali, devono rappresentare lo spazio e gli oggetti spaziali per muoversi e agire in modo soddisfacente (per evitare un ostacolo, cogliere un frutto, decidere un punto dove atterrare). Nel caso degli esseri umani, la rappresentazione dello spazio ha anche un aspetto linguistico: sappiamo descrivere le relazioni spaziali o comprendere il significato di una preposizione come ‘tra’ immaginando una situazione spaziale cui essa si applichi. La rappresentazione dello spazio è pertanto un soggetto di (...) studio che occupa una posizione centrale nelle scienze cognitive. In questo articolo intendiamo proporne una ricognizione metodologica. Precisiamo subito che ci occuperemo soltanto delle rappresentazioni “distaccate” (cioè non egocentrice e non prospettiche) dello spazio in cui agisce un sistema cognitivo, rimandando a Casati e Dokic (1994) per alcuni spunti sugli altri aspetti. Lasceremo inoltre impregiudicate questioni metafisiche complesse quali l’identità tra lo spazio descritto dal senso comune e lo spazio descritto in un trattato di microfisica o di astronomia. Tenendo presenti queste limitazioni, passeremo in rassegna una serie di problemi metodologici. In alcuni casi si tratta di problemi effettivamente esemplificati nella letteratura contemporanea; in altri casi si tratta più che altro di tentazioni che hanno tuttavia alle spalle una lunga storia. L’interesse di questa ricognizione è per noi eminentemente filosofico. Ci siamo imbattuti in casi come quelli che descriviamo e che ci sono sembrati metodologicamente sospetti durante lo studio di alcune entità spaziali (buchi, eventi, unità geografiche) che costituiscono un buon banco di prova per la meto- 1 dologia della rappresentazione spaziale. I buchi, ad esempio (Casati e Varzi 1994), sono interessanti per due ragioni. In primo luogo, si può mostrare che un modello che li contempla rende conto in modo semplice e intuitivamente convincente della varietà topologica e morfologica degli oggetti ordinari, dimostrando come un’ontologia ben calibrata possa aumentare il potere descrittivo di una teoria.. (shrink)
Il problema di fondo da cui la discussione sui mondi possibili scaturisce è quello di fornire una teoria circa l’interpretazione delle espressioni modali. È quindi da un’analisi di queste espressioni che partiremo per la nostra discussione sui mondi possibili. Nel linguaggio naturale il discorso modale è segnalato da una molteplicità di espressioni come avverbi, modi verbali ed operatori enunciativi: 'potere', 'dovere', 'avere la capacità', 'avere l’opportunità', 'possibilmente', 'doverosamente', et coetera. In seguito ad una semplificazione non priva di conseguenze, si è (...) generalmente ritenuto che le espressioni paradigmatiche del discorso modale (a cui tutte le altre potessero essere in qualche modo ridotte) fossero. (shrink)
Il rapporto dei filosofi analitici con la metafisica è stato per lungo tempo difficile e conflittuale. In un certo senso, il movimento analitico venne inizialmente caratterizzandosi proprio in contrapposizione alla tradizione filosofica dominante dell’Ottocento, tutta assorta nell’impresa di rispondere a Kant attraverso rielaborazioni più o meno dogmatiche dell’idealismo critico. In una Cambridge in cui Bradley e McTaggart dominavano incontrastati, Moore non esitava ad accusare di miopia le teorie metafisiche «che pretendono di fornire un’agevole strada per superare le difficoltà che ostacolano (...) il cammino dell’indagine accurata»1. Russell scriveva che i grandi problemi della metafisica nascevano per la maggior parte da confusioni e fraintendimenti legati alla «cattiva grammatica»2, ovvero a un uso improprio del linguaggio e alla sua interpretazione affrettata e superficiale. E di lì a poco Carnap sarebbe giunto a dichiarare che «le presunte proposizioni della metafisica si rivelano, all’analisi logica, pseudoproposizioni».3 Più che un vero e proprio rifiuto della metafisica, tuttavia, queste manifestazioni critiche costituivano un attacco a un certo modo di fare metafisica, troppo spesso improntato all’abuso di paroloni («l’ente», «l’assoluto», «l’idea») e costrutti oscuri («il nulla nulleggia») piuttosto che alla chiarezza e al rigore argomentativo. Soprattutto rispetto ad altri campi di indagine filosofica, gli studi di metafisica dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento erano molto distanti dagli standard di accuratezza che la svolta analitica andava imponendo ed era naturale che si finisse col mettere sotto accusa l’intera disciplina. Tut-. (shrink)
Secondo la dottrina delle parti potenziali (DPP), le parti proprie connesse (ovvero, le parti proprie che sono connesse ad altre parti dello stesso intero) non sono entità attuali. Al più si tratta di entità potenziali, entità che esisterebbero solo se venissero separate dall’intero a cui appartengono1. Ciò non significa che la DPP escluda che una parte propria possa godere di esistenza attuale: la dottrina non mette in discussione lo statuto ontologico di quelle parti che si qualificano indipendentemente come oggetti ordinari. (...) Mary e il suo gatto, Tibbles, fanno parte della loro somma mereologica – ne sono parti proprie – e ciononostante la DPP ne riconosce l’esistenza, come è ovvio. Piuttosto, ciò che la DPP nega è l’esistenza di parti proprie come la mano sinistra di Mary, o la coda di Tibbles. Secondo questa dottrina, entità siffatte (alle quali pure siamo soliti fare riferimento) non possiedono quel carattere cosale che caratterizza i cittadini di questo mondo, come Mary e Tibbles, poiché una porzione del loro confine è di tipo fiat: è il risultato di una demarcazione puramente immaginaria. Per questo motivo, quindi, entità siffatte non vanno incluse nell’inventario del mondo. Una mano o una coda esistono solo in potentia e l’unico modo per conferir loro esistenza attuale è quello di separarle dagli interi a cui appartengono. (shrink)