The dominant approach to evaluating the law on evidence and proof focuses on how the trial system should be structured to guard against error. This book argues (...) instead that complex and intertwining moral and epistemic considerations come into view when departing from the standpoint of a detached observer and taking the perspective of the person responsible for making findings of fact. Ho contends that it is only by exploring the nature and content of deliberative responsibility that the role and purpose of much of the law can be fully understood. In many cases, values other than truth have to be respected, not simply as side-constraints, but as values which are internal to the nature and purpose of the trial. A party does not merely have a right that the substantive law be correctly applied to objectively true findings of fact, and a right to have the case tried under rationally structured rules. The party has, more broadly, a right to a just verdict, where justice must be understood to incorporate a moral evaluation of the process which led to the outcome. Ho argues that there is an important sense in which truth and justice are not opposing considerations; rather, principles of one kind reinforce demands of the other. This book argues that the court must not only find the truth to do justice, it must do justice in finding the truth. (shrink)
Phénoménologie de la vie et cosmologieJ’ai établi dans mes précédents ouvrages que la corrélation universelle entre l’étant transcendant et la subjectivité, corrélation qui constitue l’objet (...) propre de laphénoménologie, mettait originairement en rapport une Vie et un Monde plutôt qu’une simple conscience et son objet. J’ai donc montré que la phénoménologie s’accomplissait sous la forme d’une phénoménologie de la vie comprenant celle-ci comme le sens originaire de la conscience, elle-même déterminée comme désir pour autant qu’elle est traversée par une vie qui la déborde et l’ouvre à une transcendance. Mais il reste à s’interroger sur l’être même de cette relation, sur le soubassement ontologique permettant de rapporter l’un à l’autre la vie et le monde. Ceci revient à questionner l’essence même de la vie, en tant que sa différence, comme vie subjective, n’exclut pas mais appelle au contraire son appartenance au monde. Je voudrais montrer que c’est au plan du mouvement et, par conséquent, dans le cadre d’une dynamique phénoménologique que cette articulation est pensable. En rapportant la vie au mouvement qui la caractérisecomme désir et le monde au procès « physique » de phénoménalisation qu’il est en dernière analyse et dans lequel le mouvement de la vie s’inscrit, on se donne les moyens d’articuler vie et monde et de dépasser ainsi leur dualité vers leur sol ontologique commun.Fenomenologia della vita e cosmologiaHo stabilito nelle mie opere precedenti che la correlazione universale tra l’ente trascendente e la soggettività, correlazione che rappresenta l’oggetto proprio della fenomenologia, metteva originariamente in rapporto una Vita e un Mondo piuttosto che una semplice coscienza e il suo oggetto. Ho dunque dimostrato che la fenomenologia si realizzava sotto la forma di una fenomenologia della vita che comprende quest’ultima come il senso originario della coscienza, a sua volta determinata come desiderio in quanto attraversata da una vita che la oltrepassa e l’apre ad una trascendenza. Ma bisogna ancora interrogarsi sull’essere stesso di questa relazione, sul fondamento ontologico che permette di mettere in rapporto reciproco la vita e il mondo. Questo porta a mettere in questione l’essenza stessa della vita, in quanto la sua differenza, come vita soggettiva, non esclude ma implica al contrario la sua appartenenza al mondo. Vorrei mostrare che è sul piano del movimento e, di conseguenza, nel contesto di una dinamica fenomenologica, che questa articolazione è pensabile. Rapportando la vitaal movimento che la caratterizza come desiderio e il mondo al processo « fisico » di fenomenalizzazione nel quale in ultima analisi esso consiste e nel quale il movimento della vita s’iscrive, possiamo articolare vita e mondo e oltrepassare così la loro dualità verso il loro suolo ontologico comune. (shrink)
A first order uncountably valued logicL Q(0,1) for management of uncertainty is considered. It is obtained from approximation logicsL T of any poset type (T, ) ( (...) class='Hi'>see Rasiowa [17], [18], [19]) by assuming (T, )=(Q(0, 1), ) — whereQ(0, 1) is the set of all rational numbersq such that 0q is the arithmetic ordering — by eliminating modal connectives and adopting a semantics based onLT-fuzzy sets (see Rasiowa and Cat Ho [20], [21]). LogicL Q(0,1) can be treated as an important case ofLT-fuzzy logics (introduced in Rasiowa and Cat Ho [21]) for (T, )=(Q(0, 1), ), i.e. asLQ(0, 1)-fuzzy logic announced in [21] but first examined in this paper.L Q(0,1) deals with vague concepts represented by predicate formulas and applies approximate truth-values being certain subsets ofQ(0, 1). The set of all approximate truth-values consists of the empty set ø and all non-empty subsetss ofQ(0, 1) such that ifqs andqq, thenqs. The setLQ(0, 1) of all approximate truth-values is uncountable and covers up to monomorphism the closed interval [0, 1] of the real line.LQ(0, 1) is a complete set lattice and therefore a pseudo-Boolean (Heyting) algebra. Equipped with some additional operations it is a basic plain semi-Post algebra of typeQ(0, 1) (see Rasiowa and Cat Ho [20]) and is taken as a truth-table forL Q(0,1) logic.L Q(0,1) can be considered as a modification of <span class='Hi'>Zadehspan>'s fuzzy logic (see Bellman and <span class='Hi'>Zadehspan> [2] and <span class='Hi'>Zadehspan> and Kacprzyk, eds. [29]). The aim of this paper is an axiomatization of logicL Q(0,1) and proofs of the completeness theorem and of the theorem on the existence ofLQ(0, 1)-models (i.e. models under the semantics introduced) for consistent theories based on any denumerable set of specific axioms. Proofs apply the theory of plain semi-Post algebras investigated in Cat Ho and Rasiowa [4]. (shrink)
Quale sia la natura della coscienza è uno dei problemi più analizzati e discussi sia nella ricerca filosofica sia in quella scientifica. Ogni mese nel mondo vengono (...) pubblicati diversi libri dedicati a questo argomento, e decine di riviste specialistiche ospitano articoli e saggi volti a chiarirne le varie componenti; sotto una tale pressione sono nate alcune riviste scientifiche dedicate esclusivamente all'argomento. A questo fiorire di ricerche corrisponde una quantità altrettanto elevata di approcci. Una rivista come il Journal of consciousness studies, ad esempio, annovera contributi di filosofi e neurobiologi, scienziati cognitivi e psicologi gli uni accanto agli altri, a testimoniare proprio la varietà delle questioni e dei metodi di indagine che si addensano attorno ai fenomeni coscienti. Nel libro ho tenuto fede a questa molteplicità, descrivendo le principali teorie filosofiche accanto ai risultati empirici di psicologi e neurologi. Per ragioni di spazio e di taglio generale ho dovuto eliminare molto, e ogni volta penso a quanti autori e correnti di un certo rilievo ho dovuto tralasciare. Lo scopo principale di questo volume, tuttavia, non è quello dell'esaustività, quanto piuttosto di fornire un quadro per chi voglia orientarsi nel problema della coscienza, purché sia attrezzato di una buona dose di curiosità e di un po' di tenacia per poter affrontare qualche dettaglio più tecnico; non è dunque una summa enciclopedica di quel che si studia oggi sotto l'etichetta “coscienza”. Con questo spirito ho descritto, nel primo capitolo, le radici filosofiche del problema della coscienza rifacendomi a molti classici, alcuni dei quali davvero sorprendentemente attuali. Nel capitolo successivo ho analizzato i diversi risultati empirici sui quali si stanno costruendo le teorie più interessanti; il terzo capitolo presenta una serie di teorie filosofiche volte a difendere l'autonomia della coscienza dalle spiegazioni naturalistiche, e il filosofo David Chalmers fa la parte del campione di questo schieramento. L'ultimo capitolo propone invece le teorie più marcatamente naturalistiche, ed è il filosofo Daniel Dennett a portare il vessillo del rappresentante. I quattro capitoli che compongono il libro, dunque, alternano l'approccio filosofico, dedito a chiarire i presupposti concettuali, e quello naturalistico ed empirico, basato sulle tecniche sperimentali, per rendere conto proprio della varietà del problema coscienza, e di come esso rappresenti forse l'ultima frontiera con la quale noi esseri umani proviamo a ritagliarci un posto speciale tra ciò che ci circonda. È sufficiente volgersi alla storia della scienza per constatare le radici di una simile esigenza. Galileo Galilei ha spostato il nostro pianeta dal centro del cosmo ad una marginale periferia; Charles Darwin ci ha inserito, esseri naturali ed emotivi, nel mondo biologico al pari di ogni altra specie; Alan Turing, infine, ha mostrato che molta della nostra cognizione può essere trattata con metodi computazionali. La coscienza sembra l'ultimo baluardo che separa, categorialmente se non ontologicamente, la nostra specie da tutto il resto. L'eventualità di tradurla in termini neurobiologici è da molti considerata una chimera, e la liceità di una simile ipotesi è posta sotto scrutinio per evidenziarne i presupposti filosofici. Questo testo dovrebbe aiutare a capire quali sono gli snodi del problema e chi ha buone prospettive di cogliere nel segno. (shrink)
Les divers visages du mouvement. Questions phénoménologiques et ontologiques sur le rapport entre la perception, l’expression et le mouvement dans le cours de Merleau-PontyLe monde sensible (...) class='Hi'> et le monde de l’expressionLe cours professé par Merleau-Ponty dans l’année 1952-53 est encore inédit, mais grâce au travail de Emmanuel de Saint Aubert et Stefan Kristensen il est possible de le lire en transcription en vue de sa publication. Ce cours, inaugurant les leçons au Collège de France, contient des analyses détaillées concernant la relation entre monde sensible perceptif et monde de l’expression (non seulement linguistique). Il s’agit d’analyses importantes, possédant un caractère programmatique en vue des recherches effectuées ensuite par Merleau-Ponty jusqu’à l’époque de Le visible et l’invisible. Au sein de cette analyse une place importante est réservée au thème du mouvement, d’abord étudié en tant que médiateur entre perception et pensée, mais vite devenu question centrale du cours.Merleau-Ponty aborde le problème du mouvement par rapport à sa manifestation, considérée comme originale et non pas réductible à des éléments plus fondamentaux qu’elle, tels que l’espace et du temps. Il étudie ensuite le sujet du mouvement, en le liant avec le concept de schéma corporel, ce qui est amplement illustré et contient des développements intéressants à l’égard de la Phénoménologie de la perception. Enfin il étudie la question de la représentation du mouvement dans la peinture et le cinéma.Toutes ces approches au problème du mouvement esquissent, sans le dire ouvertement, la question de sa signification ontologique. Dans cet essai, j’ai essayé d’articuler cette question, en essayant d’en extraire les différentes valeurs: celle relative au statut du mouvement, celle portant sur la relation entre le mouvement et la manifestation, à savoir la manifestation comme mouvement, et enfin celle de la pluralité de sens ontologique inhérente à la conception de Merleau-Ponty, avec une attention particulière aux concepts d’altération, métamorphose, trace de l’être.De la discussion des ses remarques tout aussi pénétrantes que réticentes on est amené à conclure que Merleau-Ponty a vu la possibilité d’une ontologie «cinétique», c’est à dire d’une signification ontologique radicale du mouvement, mais sans arriver à une formulation explicite de cette perspective. Perspective qui semble refaire surface dans les oeuvres et dans les leçons suivantes, sans jamais recevoir une définition accomplie.I molti volti del movimento. Problemi fenomenologici e ontologici relativi alla relazione tra percezione, espressione e movimento nel corso su Il mondo sensibile e il mondo dell’espressione di M. Merleau-PontyIl corso tenuto da Merleau-Ponty nell’anno accademico 1952-53 è ancora inedito ma grazie al lavoro di Emmanuel de Saint Aubert e Stefan Kristensen è ora divenuto possibile leggerne la trascrizione in vista della sua pubblicazione. Questo corso, inaugurale delle lezioni al Collège de France, contiene analisi dettagliate relative al problema del rapporto tra mondo sensibile percettivo e mondo dell’espressione (anche ma non soltanto linguistica). Si tratta di analisi importanti anche per il carattere programmatico che esse posseggono in riferimento alle successive indagini condotte da Merleau-Ponty fino all’epoca della redazione di Il visibile e l’invisibile. All’interno di tali analisi un posto importante è riservato al tema del movimento, inizialmente indagato nella sua valenza di mediazione tra percezione e pensiero, ma presto assurto a tema centrale della riflessione.Merleau-Ponty discute il problema del movimento in relazione alla sua manifestazione, ritenuta originaria e non riconducibile, o peggio riducibile, a elementi più fondamentali come lo spazio e il tempo. Indaga poi il soggetto del movimento, articolandolo in connessione alla nozione di schema corporeo, che viene illustrata ampiamente e contiene interessanti sviluppi rispetto a Fenomenologia della percezione. Infine studia la questione della rappresentazione del movimento in pittura e nel cinema.Tutti questi approcci al movimento delineano, senza esplicitarla apertamente, la questione della valenza ontologica del movimento. In questo saggio ho provato ad articolare tale questione cercando di estrarne le diverse valenze: quella relativa allo statuto del movimento, quella concernente il nesso tra movimento e manifestazione, ossia la manifestazione come movimento; infi ne quella della pluralità di sensi ontologici intrinseca alla trattazione di Merleau-Ponty, con un’attenzione particolare per le nozioni di alterazione, metamorfosi, traccia d’essere.Dall’analisi di queste osservazioni insieme penetranti e reticenti mi pare di poter concludere che Merleau-Ponty abbia intravisto la possibilità di una ontologia “cinetica”, cioè di un significato ontologico radicale del movimento, senza però arrivare ad una formulazione esplicita di tale prospettiva. Prospettiva che sembra a tratti riaffiorare nelle opere e nelle lezioni successive, senza mai ricevere una compiuta definizione. (shrink)