Dei numerosi libri che hanno iscritto Nelson Goodman tra i giganti della filosofia del Novecento, questo può a buon diritto considerarsi il più fortunato ma anche il (...) più difficile, il più discusso, il più scomodo. Pochi giorni dopo la sua comparsa in libreria, nell’autunno del 19781, la New York Review of Books ne pubblicò una recensione a firma di W. V. O. Quine che non esitava a definirlo «una congerie».2 Si parla di stile, di teoria della citazione, di illusioni ottiche, di filosofia della natura e filosofia dell’arte. Si citano Peirce, Gombrich e Kanizsa a fianco di Kant, Dummett, Woody Allen. Si coniano neologismi («acquacentrico») quando pure esistono parole che fanno al caso («idrocentrico»). Insomma, c’è un po’ di tutto, e «la fragilità del tutto riflette la filosofia che lo tiene insieme: la dottrina secondo cui ci sono svariati mondi, nessuno dei quali onnicomprensivo»3. A Goodman la recensione non piacque e la risposta non si fece attendere. In una lettera all’Editore pubblicata due settimane dopo4, il filosofo ringraziava per la pronta recensione ma accusava il Professor Quine di aver taciuto ai lettori che il libro era da leggersi sullo sfondo delle opere che l’avevano preceduto: La struttura dell’apparenza, Fatti, finzione e previsione, I linguaggi dell’arte e Problemi e progetti.5 E assicurava che.. (shrink)