Fuzzy intuitionistic quantum logics (called also Brouwer-Zadeh logics) represent to non standard version of quantum logic where the connective not is split into two different negation: a fuzzy-like negation that gives rise to a paraconsistent behavior and an intuitionistic-like negation. A completeness theorem for a particular form of Brouwer-Zadeh logic (BZL 3) is proved. A phisical interpretation of these logics can be constructed in the framework of the unsharp approach to quantum theory.
Shi and Aharonov have shown that the Toffoli gate and the Hadamard gate give rise to an approximately universal set of quantum computational gates. The basic algebraic properties of this system have been studied in DallaChiara et al. (Foundations of Physics 39(6):559–572, 2009), where we have introduced the notion of Shi-Aharonov quantum computational structure. In this paper we propose an algebraic abstraction from the Hilbert-space quantum computational structures, by introducing the notion of Toffoli-Hadamard algebra. From an intuitive (...) point of view, such abstract algebras represent a natural quantum generalization of both classical and fuzzy-like structures. (shrink)
In contemporary science uncertainty is often represented as an intrinsic feature of natural and of human phenomena. As an example we need only think of two important conceptual revolutions occurred in physics and in logic during the first half of the twentieth century: (a) the discovery of Heisenberg’s uncertainty principle in quantum mechanics; (b) the emergence of the many-valued logical reasoning, which gave rise to the so-called fuzzy thinking. We discuss the possibility of applying the notions of uncertainty , developed (...) in the framework of quantum mechanics, quantum information and fuzzy logics, to some problems of political and social sciences. (shrink)
In recent times, a particular attention has been devoted to thesignificance of Quantum Theory for other disciplines. The articlescollected in this issue discuss some interesting cases,characterized by an interaction between Quantum Theory andother fields. Some basic notrons of the mathematical formalismof the theory are here summarized.
The notion of unsharp orthoalgebra is introduced and it is proved that the category of unsharp orthoalgebras is isomorphic to the category of D-posets. A completeness theorem for some partial logics based on unsharp orthoalgebras, orthoalgebras and orthomodular posets is proved.
In recent years there has been a great deal of interaction among game theorists, philosophers, and logicians in certain foundational problems concerning rationality, the formalization of knowledge and practical reasoning, and models of learning and deliberation. This unique volume brings together the work of some of the preeminent figures in their respective disciplines, all of whom are engaged in research at the forefront of their fields. Together they offer a conspectus of the interaction of game theory, logic, and epistemology in (...) the formal models of knowledge, belief, deliberation, and learning and in the relationship between Bayesian decision theory and game theory, as well as between bounded rationality and computational complexity. (shrink)
The article is the consequence of some critical notes to the contribution of Paolo Bellan, arising from reading of essays of Francesco Emmolo and Carlo Sini and the assumption of a purely phenomenological perspective in the interpretation of the processes of acquisition of scientific knowledge.
At the end of the 1960s “Supports/Surfaces” artists start deconstructing paintings to jeopardize their representational qualities. Claude Viallat and Daniel Dezeuze, for example, process canvases and frames to highlight their phisical aspect as opposed to the illusionistic realm or representation. This way polarities such as form/space and illusionistic space/real space start having a new, dialectic relationship.
Ci imbattiamo in un confine ogni volta che pensiamo a un’entità demarcata rispetto a ciò che la circonda. C’è un confine (una superficie) che delimita l’interno di una sfera dal suo esterno; c’è un confine (una frontiera) che separa il Maryland dalla Pennsylvania. Talvolta la collocazione esatta di un confine non è chiara o è in qualche modo controversa (come quando si cerchi di tracciare i limiti del monte Everest, o il confine del nostro corpo). Talaltra il confine (...) non corrisponde a una discontinuità fisica o a una differenziazione qualitativa (come nel caso dei confini del Wyoming, o della demarcazione tra la metà superiore e la metà inferiore di una sfera omogenea). Ma, che sia netto o confuso, naturale o artificiale, sembra esservi per ogni oggetto un confine che lo separa dal resto del mondo. Anche gli eventi hanno confini, quantomeno confini temporali. Le nostre vite sono delimitate dalle nostre nascite e morti; una partita di calcio comincia alle quindici in punto e termina col fischio finale dell’arbitro alle sedici e quarantacinque. E a volte si dice che anche le entità astratte, come i concetti o gli insiemi, hanno dei propri confini. Se tutto questo parlare di confini abbia davvero un senso, e se rifletta la struttura del mondo o solo l’attività organizzatrice del nostro intelletto, è però oggetto di profonda controversia filosofica. (shrink)
Insieme a John McDowell, Robert Brandom è uno dei filosofi emergenti della reazione al naturalismo filosofico; seguace Wilfrid Sellars, è l'autore americano che più si avvicina al dialogo con la filosofia continentale e propone una rivalutazione di Kant e Hegel nella filosofia analitica. Già allievo di Richard Rorty, Brandom è diventuo famoso con la pubblicazione di Making it Explicit. Questo ponderoso volume di 900 pagine non ha avuto però ancora una sufficiente attenzione nel dibattito filosofico italiano (a parte alcuni inteventi (...) pubblicati su Iride). Forse questo dipende in parte dalla peculiarità e difficoltà del suo approccio, in parte dalla mole stessa del citato volume. Anche per questo motivo Brandom ha presentato una serie di lezioni2 ove riprende i temi del libro maggiore e ne approfondisce alcune parti. In quanto segue si presentano i temi fondamentale di Making it Explicit, arricchiti con elementi presi dal nuovo approfondimento. (shrink)
Nel febbraio 1912 Wittgenstein venne ammesso al Trinity College con Russell come supervisor, e iniziò a seguire le lezioni di Moore. E’ probabile che leggesse il libretto di Moore, Ethics, pubblicato al suo arrivo a Cambridge, o che ritrovasse nelle lezioni di Moore alcune delle suggestioni presenti nel libro. Ma dopo il Tractatus Wittgenstein dedicò poco spazio alle riflessioni sull’etica e quel poco in un periodo ristretto di tempo, agli inizi degli anni ‘30, dalla Conferenza sull’etica2 alle lezioni del (...) ’32-33. Alle lezioni del 32-33 assistettero sia Alice Ambrose che George E. Moore, che ci lascianpo diversi tipi di appunti:3 Ambrose riporta frasi di Wittgenstein, Moore presenta e rielabora le sue idee. Una lettura comparata di questi appunti dà un’idea abbastanza chiara di quanto Wittgenstein in quegli anni riuscisse a fondere le sue idee sui giudizi morali con le sue idee sulla grammatica filosofica che veniva elaborando nel Big Typescript. (shrink)
La diffusione del libro nel Medioevo potrebbe essere riletta alla luce di una metafora attuale sebbene non scevra di aspetti dialettici: quella della “rete”. All’ubicazione spazio-temporale del libro nei monasteri medievali, contraddistinta da fisicità e permanenza, si sotituisce oggi un formato digitale e virtuale, che porta ad una sorta di decontestualizzazione e alla continuità del flusso di informazioni, contribuendo alla diffusione capillare del sapere. L’ottica di universalità e globalità accomuna tuttavia entrambe le epoche. Alcuni concetti-chiave dell’informatica potrebbero infatti declinarsi in (...) ambito medievale: Server-Client per la raccolta, la conservazione e la trasmissione delle conoscenze da parte dei monasteri, quali centri del sapere in Europa, agli uomini di cultura; Firewall, per alludere alla necessità di tutelare i manoscritti, mediante la copiatura e la diffusione dei codici; Community, ad indicare non solo la comunità religiosa o monastica in senso stretto, bensì l’apertura ad una costruzione del sapere mediante un’azione partecipativa. I problemi dell’autenticità delle fonti, dell’acriticità delle informazioni e la pratica delle citazioni trovano un precedente significativo nelle Sententiae di Pietro Lombardo: una sorta di “biblioteca virtuale” grazie alla collezione di passi dalla Sacra Scrittura e da fonti latine e greche, paragonabile a un moderno modello enciclopedico di sapere. The diffusion of the book in the Middle Ages could be critically read through a modern metaphor: the “net”. The space-temporal coordinates of the book shift from being physical and permanent in the Medieval monasteries, to being de-contextualized and continue in the flow of information of digital and virtual format. However the universal and global perspective is common to the contemporary and the Medieval periods. In fact some key-words of computer science could be applied to the Medieval context: Server-Client, for the collection, the preservation and the transmission of knowledge from monasteries, as cultural centers in Medieval Europe, to men of culture; Firewall, for the necessary protection of manuscripts, through copying and diffusing codes; Community, referred not only to the monastic and religious groups, but also to an open sharing of the building of knowledge. Problems like the authenticity of the sources, the lack of criticality in the reception of data, and the practice of quotations are well represented in Peter Lombard’s Sententiae: this work can be compared to a modern encyclopedia thanks to the collection of passages from the Holy Scripture and from Latin and Greek sources, as well as a “virtual library”. (shrink)
Si ritiene a volte che l'invenzione della stampa abbia innescato il cambiamento nel modo di concepire l'oggetto libro, segnando il passaggio dall'idea medievale a quella moderna. Occorre però tenere presente che esiste un'importante evoluzione interna al medioevo e che l'invenzione della stampa, per quanto fondamentale, è da inserire all'interno di questo processo più ampio, che a partire dal XII secolo circa trasforma l'uso e la funzione stessa della scrittura, rivoluziona il modo di leggere e di conseguenza il libro stesso, sia (...) concettualmente sia come oggetto fisico. L'approccio scelto per questo studio mira a risalire alle radici culturali dei cambiamenti nelle pratiche del lavoro intellettuale e, viceversa, a indagare se e come tali cambiamenti abbiano potuto influenzare, attraverso le opere stesse, la cultura dell'epoca. Il fenomeno oggetto specifico dell'indagine è l'autografia letteraria d'autore che, eccezionale nell'alto medioevo, è testimoniata da una nuova e ininterrotta serie di casi a partire dall'XI-XII secolo, per poi diffondersi nei secoli successivi. Il panorama culturale della fine del medioevo appare dunque caratterizzato dalla tensione tra una ricorrente aspirazione all'individualizzazione del rapporto tra l'autore e il suo testo, che si realizzava in un modello di produzione libraria basato su uno stretto controllo dell'autore sul prodotto finale, dal punto di vista sia filologico-testuale sia grafico e materiale, e l'opposta tendenza all'allentamento del controllo dell'autore sulla propria opera, come naturale conseguenza di una sempre più vasta circolazione dei testi ma anche di una diversa concezione del ruolo autoriale. It is generally believed that the invention of printing triggered a cultural change, marking the passage between the medieval idea of the book and the modern one. It should be noted, though, that there was an important evolution through the Late Middle Ages, and that the printing revolution, however crucial, must be placed inside the wider process that from the XIIth century onwards transformed the use and function of writing, of reading and, consequently, the book itself, both theoretically and physically. The aim of this study is to track the cultural roots of the changes in the practices of intellectual work and, viceversa, to determine whether and how such changes may have influenced, through the literary production, late medieval culture. I have focused on the phenomenon of literary autography which, very unusual in the Early Middle Ages, is attested by a new and uninterrupted series of examples from the XIth-XIIth centuries onwards. The cultural landscape of the end of the Middle Ages appears therefore marked by the tension between a recurring drive towards an individualisation of the relation between an author and his work and a strict control by the author over the final product (both philologically and graphically) and an opposite trend leading to the loosening of the author's control over his work, as a natural result of the circulation of the texts but also of a different idea of the authorial role. (shrink)
The transformation of the text from the pre-information technology and Gutenberg modes to the model marked by information or digital technology is such that it substantially changes not only the concept of the text but also the nature of philology itself. This paper presents and discusses the problems encountered in producing a digital edition of the Zibaldone Laurenziano, Giovanni Boccaccio’s handwritten manuscript conserved in the Laurenziana Library in Florence (Pluteo XXIX, 8). The Medieval text in general, and even more with (...) the case of a zibaldone-type text, has intrinsic characteristics that clash with the immobility and definitive nature typical of the print text. The digital edition has been defined by Lebrave as the “critical edition of the 21st century.” It can be based on hypertextuality and hypermediality, using the internet as a resource, and is perfectly able to render textual movement, restoring the text to its specific mobility. Il passaggio del testo dalla modalità pre-informatica e gutemberghiana, a quella segnata dall’informatica o digitale è tale da cambiare sostanzialmente non solo il concetto di testo ma anche la natura stessa della filologia. Il saggio presenta e discute i problemi incontrati nel lavoro volto a stabilire un’edizione critica informatizzata dello Zibaldone Laurenziano, manoscritto autografo di Giovanni Boccaccio, conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze (Pluteo XXIX, 8). Il testo medievale (e ancor più un testo del tipo-zibaldone) presenta delle caratteristiche intrinseche che entrano in contraddizione con l’immobilità e la natura definitiva tipiche del testo a stampa. L’edizione informatizzata, quella che si può basare sull’ipertestualità, sull’ipermedialità e sul ricorso alla rete, quella che Jean-Louis Lebrave ha definito come “l’édition critique au XXI.e siècle” (Lebrave 127), è perfettamente in grado di rendere il movimento testuale, restituendo al testo la sua rigorosa mobilità. (shrink)
La filosofia non è una scienza empirica e si regge in buona misura sull’argomenta- zione (→), cioè sulla capacità di giustificare certe affermazioni, o tesi, sulla base di altre ritenute vere. Sin dall’antichità la teoria dell’argomentazione ha pertanto occupato una posizione di rilievo nella ricerca filosofica, e già a partire da Aristotele ha contribuito a definire quel settore disciplinare che oggi chiamiamo logica (dalla parola greca logos, che significa tra l’altro ‘discorso’, ‘ragionamento’). Aristotele stesso codificò la materia in maniera (...) sistematica, secondo schemi e principi che rimasero insuperati per oltre due millenni (→ sillogistica). A partire dal XIX secolo la teoria logica subì però mutamenti profondi, grazie soprattutto all’opera del matematico inglese George Boole e del filosofo tedesco Gottlob Frege, e nel XX secolo si è assistito a sviluppi straordinari che hanno portato all’applicazione della logica non solo in filosofia ma anche in altri ambiti di ricerca (dalla linguistica al diritto sino all’informatica). (shrink)
C’è una logica sola? Io dico di no. O meglio, dico che c’è una logica sola per ogni modo di specificare in maniera esaustiva la classe delle situazioni logicamente possibili, cioè la classe dei modelli del linguaggio; ma poiché non c’è un unico modo di specificare questa classe, dico che non c’è un’unica logica se non in un senso relativo. Naturalmente, dato un linguaggio L e due diverse teorie logiche T1 e T2 per L, si può sempre considerare il nucleo (...) comune a entrambe le teorie, cioè l’insieme dei principi su cui entrambe le teorie concordano. In generale, si potrebbe quindi associare a L la logica minima T0 corrispondente al nucleo comune a tutte le teorie in competizione. Tale teoria sarebbe definita in maniera univoca e consentirebbe di evitare conclusioni di natura relativista, ammesso che si sia disposti a restringere opportunamente i confini della logica. (T0 sarebbe ovviamente una teoria molto debole.) Tuttavia è anche possibile che queste teoria minima T0 risulti vuota se la sintassi di L non contiene alcun ingrediente la cui interpretazione sia indipendente dalla specificazione dei modelli di L. In quanto segue cercherò di dimostrare che le cose stanno proprio così, e userò questo risultato per difendere una concezione della logica convenzionalista e—quindi—relativista. (shrink)
Come tutti gli ambiti teorici e pratici della civiltà occidentale anche la riflessione pedagogica viene investtita dalla potenza ideologica del neoliberismo, che intende trasformare e rivoluzionare a partire dagli anni '80 del Novecento tutte le forme in senso lato culturali sviluppatesi a partire dagli anni '60 e '70 del medesimo secolo. L'applicazione del principio della post-modernità frantuma e dissolve progressivamente le prospettive di cambiamento precedenti, assegnando alla civiltà capitalistica un'esistenza assoluta ed immodificabile. Tutti gli intenti che hanno di volta (...) in volta dimostrato di voler moderare e limitare (o condizionare) queste pretese non sono riuscite a raggiungere i propri scopi, favorendo al contrario la rincorsa regressiva operata dal sistema ideologico dominante. Solo la ripresa di una concezione di nuovo rivoluzionaria può invece, proprio a partire da una rinnovata pedagogia radicale e democratica, risolvere i problemi di mera sopravvivenza della civiltà umana e del suo contesto naturale, scatenati dalla illimitata volontà di potenza del neoliberismo economico e finanziario. (shrink)
Le argomentazioni presentate in questo volume costituiscono il primo contributo dell’autore al progettato compito di un’analisi e commento completi e puntuali dei principali testi filosofici di Giordano Bruno. Iniziando con il "De umbris idearum" e procedendo con le prime opere in latino, l’autore intende svelare le basi teoretiche della prima speculazione bruniana, destinate ad essere riprese, ampliate ed approfondite nei testi successivi, i "Dialoghi Italiani", così come, in una originale prospettiva atomistica, in quelli latini delle ultime fasi. Il "De umbris (...) idearum" costituisce in questa prospettiva il testo base della difficile e complessa speculazione bruniana: assolutamente lontano – come del resto indicato dalle esplicite affermazioni del filosofo di Nola – dall’impiego pragmatico e retorico della tradizionale arte della memoria, esso piuttosto costruisce progressivamente uno spazio di riflessione di natura ontologica, metafisica e teologica, con influssi sulle considerazioni razionali e naturali. In questo modo l’arte di memoria bruniana diventa la memoria di un arte filosofica civile, la necessità del ricordo di una possibilità del pensiero e della prassi incardinata sulla presenza di un plesso centrale creativo e dialettico, che progressivamente consente l’inserimento della principale innovazione escogitata dalla filosofia bruniana: il concetto (con la relativa prassi) dell’infinito. Direttamente tematizzato nei dialoghi in italiano, il concetto creativo e dialettico dell’infinito bruniano separa progressivamente l’autore nolano dalla tradizione neoplatonico-aristotelica, definendo in tal modo uno schema interpretativo della realtà diverso ed opposto rispetto a quello che – oltre l’apparente rivoluzionarietà della scienza moderna – ha innervato i principali sviluppi della civiltà occidentale moderna e contemporanea. (shrink)
La vaghezza è un fenomeno pervasivo del pensiero e del linguaggio ordinario. Abbiamo una buona idea di che cosa significhi dire che una persona è calva, alta, o ricca, ma a volte ci troviamo spiazzati. Alcuni uomini sono chiaramente calvi (Picasso), altri non lo sono (il conte di Montecristo), e altri ancora sono casi intermedi (Bertinotti): non c’è un numero esatto di capelli che segni il confine tra i calvi e i non-calvi. Allo stesso modo, è ridicolo supporre che vi (...) sia un’altezza precisa che segni il limite tra chi è alto e chi non lo è, o un’esatta somma di denaro che separi i ricchi dai nonricchi. Nella metafora di Frege, concetti come questi sono privi di una “frontiera precisa”.1 E ciò non vale soltanto per quei concetti che trovano espressione nella categoria grammaticale degli aggettivi: vale anche per molti concetti che corrispondono a sostantivi (qual è l’altezza minima di una montagna?), a verbi (qual è la velocità minima a cui si può correre?), e così via. Anche le espressioni di cui ci serviamo per identificare entità particolari possono essere indeterminate. Non solo è vago il nostro concet- to di montagna: sembra proprio che anche quando ci riferiamo a una montagna particolare—un oggetto al quale il concetto in questione si applica senza mezzi termini—il nostro riferimento possa risultare gravemente indeterminato. Non c’è dubbio che il Cervino sia una montagna. Ma quali sono esattamente i suoi confini spaziali? (A che punto lungo un percorso che dalla vetta conduce in pianura diremo di non essere più sul Cervino?) Quali sono i suoi confini temporali? (A che punto di un processo di corrosione diremo che il Cervino cessa di esistere?) Come ha scritto Russell, si potrebbe pensare che “tutto il linguaggio” sia vago.2 E siccome il linguaggio è lo strumento principale mediante il quale diamo espressione all’immagine che ci facciamo del mondo, si presenta una domanda di fondo.. (shrink)
Attraverso una breve e veloce premessa storico-critica e storico-filosofica il testo proposto fa emergere il tema del rapporto problematico sussistente fra l'attuale ideologia che sorregge il fenomeno economico, sociale e politico della globalizzazione internazionale dei capitali (soprattutto finanziari) ed i riflessi di ordine umano e naturale che ne sono l'effettiva conseguenza. Da un punto di vista psicologico, sociale ed educativo l'impianto ideologico neoliberista viene allora contrastato dalla ripresa di un pensiero critico, radicale e rivoluzionario, che riutilizza il principio dell'infinito (...) creativo e doppiamente dialettico, di lontana matrice presocratica e bruniana. Il testo analizza la progressione di avvicinamento a tale principio preparata dalle riflessioni di H. Marcuse, W. Reich, G. Deleuze, C. Castoriadis e A. Badiou. (shrink)
La meccanica quantistica è una delle più grandi conquiste intellettuali del xx secolo. Le sue leggi regolano il mondo atomico e subatomico e si riverberano su una miriade di fenomeni del mondo macroscopico, dalla formazione dei cristalli alla superconduttività, dalle proprietà dei fluidi a bassa temperatura agli spettri di emissione di una candela che brucia o di una supernova che esplode, dai meccanismi di combustione della fornace solare ai principi di base delle nanotecnologie. Non c’è quasi nulla nel mondo (...) che ci circonda su cui non soffi l’alito delle leggi quantistiche. Tuttavia, per come è usualmente presentata nei libri di testo, la meccanica quantistica è sostanzialmente un’insieme di regole per calcolare le distribuzioni di probabilità dei risultati di qualunque esperimento (nel dominio di validità della meccanica quantistica). In quanto tale, non ci fornisce direttamente una descrizione della realtà. Una descrizione della realtà, cioè un’ontologia, dovrebbe dirci che cosa c’è nel mondo e come si comporta, quali sono i processi che si realizzano a livello microscopico e, di conseguenza, fornirci una spiegazione del formalismo quantistico. (shrink)
Morpheus lascia che sia Neo a decidere. Se ingerisce la pillola azzurra, la sua percezione del mondo non cambierà e la vita di Neo continuerà come sempre. Se ingerisce la pillola rossa, il mondo gli si manifesterà quale esso realmente è: una realtà che va ben al di là di quanto Neo possa anche solo lontanamente immaginare. «Pillola azzurra: fine della storia; pillola rossa: resti nel Paese delle Meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del bian- coniglio.» Neo fa (...) la sua scelta e l’avventura comincia. Per molti filosofi, Neo è come il prigioniero che decide di lasciare la ca- verna di Platone. Tra una vita tranquilla ma all’ombra dell’ignoranza e una vita dura ma integra, all’insegna del vero e del giusto, il virtuoso non ha indugi. Per parte nostra, non siamo certi di capire bene la portata dell’analo- gia, né la dinamica della scelta ci è mai stata chiara. Non è forse Neo, all’atto del deliberare, un soggetto in balia della Matrice? Donde la sua libertà di scelta? E donde la pillola, se il mondo di Neo è mera illusione? Per un lustro intero le nostre menti si sono arrovellate su questo dilemma, e lo spettro del paradosso ha perseguitato le nostre visioni notturne come una Sfinge che divora l’anima. Ma non tutti i dubbi sono appannaggio del maligno, ci vien detto. La pil- lola, in effetti, è semplicemente un «tracer». Fa parte di un programma di ri- cerca che si inserisce nella Matrice e interrompe il segnale portante di Neo, permettendo ai nostri hackers (veri esseri umani) di localizzarlo e inducendo la Matrice stessa a disfarsi del suo corpo (quello vero). Niente di paradossa- le in tutto ciò. Crediamo tuttavia di aver finalmente messo le mani—ne abbia- mo anzi convinzione certa—su un documento che non solo conferma la por- tata dei nostri dubbi, bensì solleva questioni impreviste e ancor più gravose. Si tratta né più né meno che del foglio illustrativo contenuto nella confezione di pillole rosse da cui Morpheus estrasse quella ingerita da Neo.. (shrink)
Se è un difetto della ragione essere incapaci di adottare certi mezzi, allo stesso modo è un difetto della ragione essere incapaci di adottare certi fini, dicono i kantiani. Secondo Blackburn questa tesi non-strumentalista deve la sua apparente validità ad una fallacia modale. Dal condizionale «Se si adotta il fine X, è necessario adottare il mezzo Y», si deriva il conseguente «Si deve adottare il mezzo Y», ci si interroga sulla natura del modale che occorre nel conseguente, poi si ricostruisce (...) l’antecedente come «E’ necessario adottare il fine X» e infine si ricostruisce il condizionale come «Se è necessario adottare il fine X, è necessario adottare il mezzo Y». Il non-strumentalista è così portato a credere che la stessa normatività che è contenuta nel principio strumentalista deve essere derivata dalla normatività dei fini (p. 242). (shrink)
Da Hegel fino a Bradley, l'attacco idealista ad una concezione pluralistica della realtà come una credenza non suffragata dalla verità delle cose si è valso dell'argomento semantico secondo il quale le espressioni indicali, su cui da ultimo riposerebbe tutta la valenza referenziale del linguaggio, non si riferiscono a segmenti discreti del reale ma si limitano ad esprimere universali. Dal versante ontologico opposto, Russell ha guidato la reazione all'idealismo assoluto (inaugurando così uno dei filoni di riflessione della filosofia analitica) facendo (...) perno proprio sulla capacità da parte di tali espressioni di designare direttamente atomi distinti di realtà. L'argomento idealista, nelle sue linee generali, funziona così. Anche ammesso che un termine singolare "N" non possa denotare un'entità reale finché non è disambiguato da un completamento indicale (del tipo "questo N"), un'operazione del genere è inutile perché un'espressione indicale è a sua volta incapace di designare univocamente un individuo. Quando uso "questo", ad es., un tale uso non designa alcunché perché ogni cosa è un questo e il questo in sé stesso non è alcun individuo. Quello che faccio in tale uso è piuttosto dare luogo all'espressione di un universale, nella fattispecie del concetto (individuale) di questità. L'argomento idealista è fallace. Ma la replica russelliana, che pure ha dalla sua tutta la forza del senso comune, non è in grado di metterlo fuori gioco integralmente. Infatti, entrambi assumono - l'uno come premessa all'interno di un ragionamento ad absurdum, l'altro come tesi positiva - che riferirsi mediante un indicale ad un individuo reale corrisponde a discriminarlo da tutti gli altri individui del suo dominio. Questo significa, in altre parole, che entrambi assumono la tesi dell'indistinzione di semantica ed epistemologia. Solo una dottrina che condivida le tesi semantiche di Russell sugli indicali ma non presupponga il collassare di semantica ed epistemologia può far decadere del tutto l'argomento idealista.. (shrink)
Riassunto: in queste note presentouna breve panoramica della scienza cognitiva, che costituisce a tutt'oggi, a più di vent'anni dalla sua nascita, un coacervo di novità rilevanti nell'ambito della ricerca interdisciplinare. Dopo una prima presentazione generale (§1), traccio una breve storia della disciplina (§2) per passare poi a descrivere nel § 3 uno dei nuclei di fondo della scienza cognitiva: il funzionalismo e l'idea di mente come sistema di rappresentazioni o mappe cognitive. Nel § 4. accenno ad alcune tensioni interne (...) alla scienza cognitiva. Essa è tuttora un campo disciplinare con forti contrasti sui paradigmi da seguire nella descrizione dell'architettura della mente. Una sfida recente è venuta dalla robotica "situata" e dalla tesi che occorre fare a meno delle rappresentazioni mentali nella costruzione di robot intelligenti. Nel § 5 discuto questa sfida mostrando che, nonostante l'entusiasmo suscitato dai primi successi della nuova robotica, il cardine della scienza cognitiva resta solido, anche se bisognoso di completamento. Nella conclusione, al § 6, tocco di sfuggita il tema della coscienza dei sistemi intelligenti (umani e artificiali) e invito a cercare strade per affrontare i problemi che si porranno alle nuove generazioni di studiosi, ormai al di là della frattura tra cultura umanistica e scientifica, frattura che forse trova in Italia uno degli ultimi ambienti in cui sopravvivere. (shrink)
È una credenza diffusa che i marchi di origine (DOCG, DOC, DOP, IGT, IGP e PAT, rispettivamente: di origine controllata e garantita; di origine controllata; di origine protetta; indicazione geografica tipica; indicazione geografica protetta; prodotti agroalimentari tradizionali) siano di grande utilità sia per i consumatori che per i produttori: certificando l’origine e il metodo di produzione di un prodotto, essi ne garantiscono una certa qualità di fronte al consumatore. Ma è proprio così? Che cosa giustifica l’introduzione di un marchio di (...) origine? Quanto sostengo qui di seguito è che, sebbene non credo si possa negare che i marchi di origine segnalino anche una certa qualità di un prodotto, forse non sono il modo migliore per farlo. Di fatto, per il consumatore, i marchi non garantiscono niente che vada oltre alla qualità richiesta affinché la certificazione venga rilasciata; ma, al contempo, in quanto forme di protezionismo, favoriscono certi produttori, prevenendo l’utilizzo della denominazione a chi offre un prodotto di qualità analoga o superiore, ma provienente da una zona priva di tradizioni. In altre parole: se vi sono prodotti equiparabili per qualità e gusto ad un dato prodotto di origine, e possibilmente più economicamente vantaggiosi, il consumatore non avrà modo di accorgersene dalla sola nomenclatura. Quindi: i marchi di origine sono (talvolta) un ostacolo all’acquisto e al godimento dei prodotti migliori al miglior prezzo. Talvolta: questo deve essere ben sottolineato, poiché in certi casi (per esempio quello dei PAT) il prodotto certificato dal marchio ha un mercato talmente di nicchia da costituire un tuttuno tra qualità e origine. (Si potrebbe aggiungere che le certificazioni dei marchi non sono sempre ottenute attraverso procedure affidabili. Non insisterò oltre su questo punto, per il quale si rimanda a: Paolo Conti, La leggenda del buon cibo italiano e altri miti alimentari contemporanei, Fazi Editore, 2006; Peter Singer e Jim Mason: The Way We Eat.. (shrink)
Il saggio si interroga sul rapporto tra immagine di libro e lettura, muovendo dalla constatazione che solo la trasformazione dei lettori in ambito umanistico (con il rifiuto della glossa) ha cambiato l’idea del libro diffusa nel Medioevo. Il nuovo disegno della pagina, di maggiore ordine e leggibilità, si è consolidato nei secoli, e la nuova immagine di libro è rimasta immutata, nonostante le innovazioni, nell’editoria moderna. Solo l’avvento delle nuove tecnologie digitali ha suggerito una nuova immagine, che, tuttavia, non (...) è ancora né pienamente definita né ben consolidata; alle posizioni di chi ha individuato il libro nuovo nella forma dell’ipertesto (letto anche sui vecchi pc), il saggio affianca le riflessioni di chi cerca l’immagine nuova nell’e-book letto su un e-reader, sottolineando tuttavia che si è solo agli inizi di una lunga trasformazione. This essay concerns the relationship between the image of the book and how it reads. It begins from the observation that only the change of the readers during the humanistic age has transformed the widespread perception of the book in the Middle Ages. The new layout of the page, neater and more readable, became well established in the following centuries, and that image of the book in the modern publishing industry has remained unchanged, in spite of innovations. New digital technologies have proposed a new image, that however is neither clearly defined nor well established. The essay underlines the observations of those who believe that the hypertext form is the new book, even readable on the old pc, and the observations of those that think of e-book as a new image, that can be read only on the e-reader. The essay ends with the idea that we are at the beginning of a long change. (shrink)
This paper dialogues with the contributions included in Francesco Fiorentino and Domenico Firomonte’s edited volumes and Massimo Riva’s book from the point of view of feminist literary criticism. This diverse positioning in relation to the work of women writers has allowed feminist criticism to develop a path that has deconstructed the Italian literary canon and the promotion of critical stances that are no longer abstract or monologic, but rather situated in the point of view of the subject and its relational (...) component. Works by Italian women writers present themselves as a body of texts of high material density that transfer questions of textual mobility both within digital and print culture onto the subject and its style of enunciation. L’intervento dialoga con i contributi dei volumi a cura di Francesco Fiorentino e Domenico Fiormonte e con il libro di Massimo Riva a partire dall’esperienza della critica letteraria femminista italiana. Il suo diverso posizionamento rispetto alle opere delle scrittrici ha permesso l’articolarsi di un percorso che ha decostruito il canone della tradizione letteraria italiana e l’affermarsi di posizioni critiche non più astratte e monologiche, ma situate a partire dal soggetto e dalla sua componente relazionale. Le opere delle scrittrici italiane si rappresentano infatti come un corpo testuale dall’alta densità materica, che sposta sul soggetto e sul suo stile dell’enunciazione le questioni di mobilità del testo, sia esso virtuale o cartaceo. (shrink)
This article tries to show the strict interdependence of the concepts of text, time, and truth in relation to textual transmission. It develops the thesis that the identity of the text is a function of a series of actors working on the historic, cultural, religious, and other levels. It offers the example of the origination of the Old Testament, which is considered the real foundational act of Western practices of identity construction/reconstruction. This event generated the metaphysics of the text that (...) produced the overlapping of theological and philological truth. Nonetheless, the digital dimension seems potentially able to call into crisis the pact of identity that is based on the assumed stability of the written document and the idea of time that derives from it. The present scenario sees a tension between the data preservation/retrieval paradigm and the creative/performative style of online writing. We are facing a dialogue and interaction with and between machines that the methods and traditional tools of the humanist sciences find increasingly difficult to understand, describe, and map. In questo articolo si cerca di mostrare la stretta interdipendenza dei concetti di testo, tempo e verità in relazione alla storia della trasmissione dei testi. Viene avanzata la tesi che l’identità del testo sia funzione di una serie di attori che agiscono sul piano storico, culturale, religioso, ecc., e a tale proposito viene portato l’esempio della nascita dell’Antico Testamento, vero atto fondativo delle pratiche occidentali di costruzione/ricostruzione dell’identità. Dalla metafisica del testo generata da questo evento scaturisce la sovrapposizione di verità teologica e verità filologica. Ma la dimensione digitale sembra potenzialmente in grado di mettere in crisi il patto identitario fondato sulla presunta stabilità del documento scritto e sulla concezione tempo che ne deriva. Lo scenario presente vede una tensione fra il paradigma della conservazione/retrieval dei dati e quello produttivo-performativo delle scritture online. Un dialogo e un’interazione con e fra le macchine che i metodi e gli strumenti tradizionali delle scienze umanistiche fanno sempre più fatica a comprendere, descrivere, mappare. (shrink)
This essay proposes going beyond the difference between literary writing and new communication technologies. This appears to be possible by using a genealogical perspective that can recognize the underlying relationships between communication strategies that on the surface seem different. For this, it is necessary to identify the remote and unexpected ascendancies of diverse languages at a moment when the various media express themselves in an increasingly similar style. Even literary language should be considered a medium that shapes and models reality, (...) using codes that are anthropological before they are aesthetic. As Viktor Shklovsky, Italo Calvino, and Paolo Fabbri have shown, literary language explores reality by revealing its incompleteness. On the contrary, ordinary language is confined to that incompleteness with its standard lexicon that would claim to enclose reality within a net of pre-established recurrences. Il saggio invita ad andare oltre il divario esistente tra scrittura letteraria e nuove tecnologie della comunicazione . Questo appare possibile attraverso una prospettiva genealogica che sappia riconoscere le relazioni sotterranee che si stabiliscono tra strategie comunicative che in superficie appaiono diverse. Per questo occorre riconoscere le ascendenze remote e inaspettate dei diversi linguaggi in un momento in cui i vari media si esprimono in maniera sempre più intrecciata. Anche il linguaggio letterario va considerato come un medium che foggia e plasma la realtà utilizzando codici che sono antropologici prima ancora che essere estetici. Come hanno mostrato sia pure in maniera diversa Viktor Šklovskij, Italo Calvino e Paolo Fabbri, il linguaggio letterario esplora la realtà, rivelandone l’incompiutezza alla quale è inchiodato il linguaggio ordinario: quel lessico usuale che pretenderebbe di racchiudere la realtà entro una griglia di ricorrenze prestabilite. (shrink)
La diffusione del libro nel Medioevo potrebbe essere riletta alla luce di una metafora attuale sebbene non scevra di aspetti dialettici: quella della “rete”. All’ubicazione spazio-temporale del libro nei monasteri medievali, contraddistinta da fisicità e permanenza, si sotituisce oggi un formato digitale e virtuale, che porta ad una sorta di decontestualizzazione e alla continuità del flusso di informazioni, contribuendo alla diffusione capillare del sapere. L’ottica di universalità e globalità accomuna tuttavia entrambe le epoche. Alcuni concetti-chiave dell’informatica potrebbero infatti declinarsi in (...) ambito medievale: Server-Client per la raccolta, la conservazione e la trasmissione delle conoscenze da parte dei monasteri, quali centri del sapere in Europa, agli uomini di cultura; Firewall , per alludere alla necessità di tutelare i manoscritti, mediante la copiatura e la diffusione dei codici; Community , ad indicare non solo la comunità religiosa o monastica in senso stretto, bensì l’apertura ad una costruzione del sapere mediante un’azione partecipativa . I problemi dell’autenticità delle fonti, dell’acriticità delle informazioni e la pratica delle citazioni trovano un precedente significativo nelle Sententiae di Pietro Lombardo: una sorta di “biblioteca virtuale” grazie alla collezione di passi dalla Sacra Scrittura e da fonti latine e greche, paragonabile a un moderno modello enciclopedico di sapere. The diffusion of the book in the Middle Ages could be critically read through a modern metaphor: the “net”. The space-temporal coordinates of the book shift from being physical and permanent in the Medieval monasteries, to being de-contextualized and continue in the flow of information of digital and virtual format. However the universal and global perspective is common to the contemporary and the Medieval periods. In fact some key-words of computer science could be applied to the Medieval context: Server-Client , for the collection, the preservation and the transmission of knowledge from monasteries, as cultural centers in Medieval Europe, to men of culture; Firewall , for the necessary protection of manuscripts, through copying and diffusing codes; Community , referred not only to the monastic and religious groups, but also to an open sharing of the building of knowledge. Problems like the authenticity of the sources, the lack of criticality in the reception of data, and the practice of quotations are well represented in Peter Lombard’s Sententiae : this work can be compared to a modern encyclopedia thanks to the collection of passages from the Holy Scripture and from Latin and Greek sources, as well as a “virtual library”. (shrink)
Questo saggio offre un ritratto pragmatista del sé e dunque una descrizione che parte dalla premessa per cui il sé è anzitutto un attore sociale incarnato, situato, che possiede la capacità di un’effettiva autocritica. Così, oltre a evidenziare il ruolo dell’azione, l’autore sottolinea anche quello della socialità e della riflessività. A differenza di molti ritratti abbozzati da altri autori pragmatisti, quello presente cerca di rendere una più completa giustizia alla dimensione «interiore» della soggettività umana, soprattutto attraverso la costruzione dell’interiorità (...) come riflessività (il rapporto del sé con se stesso). (shrink)
La nozione di bios è una nozione-chiave della ricerca foucaultiana. Negli studi sul mondo antico, il bios appare come sostanza etica per l’esercizio, il governo e la trasformazione di sé. E’ utile indagare analogie e discontinuità tra la nozione di bios che troviamo negli ultimi corsi al Collège de France e il bios nell’accezione di “forza creatrice” comune e plurale della vita che troviamo nella precedente ricerca foucaultiana. La nozione di “modo di vita” consente di esplorare le ambivalenze che innervano (...) tale questione. Nella sua declinazione singolare-plurale, il motivo del bios solleva inoltre una riflessione sulla dimensione dell’essere in comune: l’orizzonte comune della vita comune – bios – è ricreato dalla condivisione di stili di esistenza – bioi – che tagliano in diagonale il piano delle relazioni istituzionalizzate. (shrink)
The Body at the Limits of Representation. The Theory of the Body and Painting in Merleau-PontyIn Eye and Mind,” Merleau-Ponty quotes a phrase from Valéry: “the painter brings his body with him.” He interprets the corporeal experience of the artist, not only as the center of a perceptual orientation or kinesthesis, but also as the inspiration for poets and for painters. In this sense, one can place his theory of body not only within the problematic of the phenomenological constitution of (...) the perceived object, but also in the context of the deconstruction of representation or in the genealogy of “de-representation” (Lyotard). By following Merleau-Ponty’s interpretation of the works of Cézanne and Klee, we are going to see how his theory of the experience of body and the formation of their works of art meet up in his consideration of the reversibility of the visible and the invisible. When Merleau-Ponty quotes Valéry’s phrase “the painter brings his body with him,” the body of the artist is no longer “subject-body” perceiving the world in a prosaic way; rather, the body is implicated in the anonymous vision at the source from which the painter’s expression emerges. Just as nature is recounted through the poet, it has the faculty of seeing itself through the painter. In the “Methods of Natural Research,” Klee says “the resonance surpasses all the optical foundations between myself and that which opposes me,” “the united anti-optic way of the root going out of the earth, which looks at me from down below all the way up to my eyes” and of the “united non-optic way of the universe come from above.” He demonstrates that this non-optic resonance, rather than a mirror and a black screen separating the light, allows the eye to be seen as a point of junction of non-optical things and thereby it constitutes a part of the circle created by the new nature of works (eine neue Natürlichkeit des Werkes). Following what is particular to Merleau-Ponty’s thought in which the body is conceived as a principle of de-representation, one sees, by means of his intention of assessing modern artistic creation as the deconstruction of classical ontology, the overcoming of the ontology of the object. In conclusion, we note that the theory of body and of painting in Merleau-Ponty brings to light the limit of the possibility of representation in modern art, by emphasizing especially the non-perception or the transcendence that one can discern in the perceptual field. By interrogating the body of the painter and the poet, that is, the poetic body or the body as symbolism, prior to its being diverted into being a result of the brain and of the libido where the body is no longer the body visible in the world, by doing this, Merleau-Ponty has found a way of placing the body beyond representation. Poièsis is no longer mimèsis in the banal sense of imitation, and the poetic body is not the representational body. But, he has found a way of placing it still in Visibility, as if there were a hinge in this border between the visible and the invisible, in this border between representation and de-representation, a border that one cannot definitively overcome by structuring it as a dichotomy. (De-representation, but the visible. Therefore the possibility of visible de-representation in the artistic creation, in poièsis.) This hinge, which denies us an alternation, is the body, the flesh, which is the condition of thought as ontological interrogation: an ontological interrogation in the age of ir-representation, in the age of the impossibility of representation (Vorstellung) and of poem (Dichtung), in the age of crowds where the image appears as one of my fellow creatures just like the shadow cast by existence.Il corpo ai limiti della rappresentazione. La teoria del corpo e della pittura di Merleau-PontyNe L’occhio e lo spirito Merleau-Ponty cita una frase di Valéry: “il pittore si dà con il suo corpo”. Egli interpreta l’esperienza corporea dell’artista non solo come il centro di un orientamento percettivo o cinestesico, ma anche come motivo d’ispirazione per poeti e per pittori. In questo senso, si può collocare la sua teoria del corpo non solo all’interno della problematica della costituzione fenomenologica dell’oggetto percepito, ma anche nel contesto della decostruzione della rappresentazione o nella genealogia della “derappresentazione” (Lyotard). Seguendo l’interpretazione merleaupontiana delle opere di Cézanne e di Klee, vedremo come la sua teoria dell’esperienza del corpo e la formazione delle loro opere d’arte convergano nella considerazione della reversibilità del visibilee dell’invisibile. Quando Merleau-Ponty cita la frase di Valéry “il pittore si dà con il suo corpo”, il corpo dell’artista non è più un corpo soggettivo che percepisce il mondo in modo prosaico; il corpo è piuttosto implicato nella visione anonima dell’origine dalla quale emerge l’espressione del pittore. In Wege des Naturstudiums, Klee afferma che “la risonanza sorpassa tutti i fondamenti ottici tra me e ciò che mi si oppone”. Egli dimostra che questa risonanza non-ottica, piuttosto che essere uno specchio o uno schermo nero che separa la luce, permette di vedere l’occhio come un punto di giunzione di cose non ottiche e ciò costituisce una parte del circolo creato dalla nuova natura delle opere (eine neue Natürlichkeit des Werkes). Seguendo la particolarità del pensiero merleaupontiano, secondo il quale il corpo è concepito come un principio di de-rappresentazione, si nota, in virtù della sua intenzione di interpretare la creazione nell’arte moderna come la decostruzione dell’ontologia classica, il superamento dell’ontologia oggettivistica. In conclusione, osserviamo come la teoria del corpo e della pittura di Merleau-Ponty chiarisca i limiti della possibilità della rappresentazione nell’arte moderna, enfatizzando l’impercezione o la trascendenza che si può distinguere nel campo percettivo. Interrogando il corpo del pittore e del poeta – il corpo poetico o il corpo come simbolismo, a monte del suo porsi come risultato della mente o della libido, là dove il corpo non è ancora corpo visibile nel mondo – Merleau-Ponty ha trovato il mondo di collocare il corpo al di là della rappresentazione. Poièsis non è più mimesis nel senso banale d’imitazione, e il corpo poetico non è il corpo rappresentativo. Egli ha trovato il modo di posizionare il corpo nella Visibilità, come se esistesse un punto di rovesciamento situato sul confi ne tra visibile ed invisibile, ovvero sul confine tra rappresentazione e de-rappresentazione: un confine che non si può definitivamente superare se lo si continua a strutturare come dicotomia. Questo punto, che ci nega un’alternativa, è il corpo, la carne, che è condizione del pensiero come interrogazione ontologica: un’interrogazione ontologica nell’era dell’ir-rappresentazione, nell’era dell’impossibilità di rappresentare (Vorstellung) o di creare poemi (Dichtung), nell’era delle masse, in cui l’immagine appare come uno dei miei simili, come l’ombra proiettata dall’esistenza. (shrink)
La cultura contemporanea è di solito denominata post-moderna. Essa si colloca nei confronti della modernità in un modo dialettico, assumendo l'ispirazione moderna ma criticandone alcune delle sue pretese. Il risultato è un contesto con luci e ombre in cui emergono importanti sfide, tra cui: il ricupero di una ragione non unilaterale e il superamento dei riduzionismi sociali e antropologici provocati dalla secolarizzazione. Se l'emarginazione della religione e l'indifferentismo religioso – fenomeni propri del processo di secolarizzazione – provocano un vuoto (...) nell'uomo, una sensibilità religiosa di carattere funzionale e individualista si rivela insufficiente in termini antropologici e religiosi. Di fronte a queste sfide, la fede cristiana si pone come istanza che permette l'apertura alla verità ( credo ut intelligam ) e offre la salvezza all'uomo nel ricondurlo all'amore di Dio. (shrink)