La teoria della mente allargata

Abstract
Il problema della coscienza, non affrontata in modo scientifico per gran parte del XX secolo, è tornato prepotentemente alla ribalta grazie anche all’enorme sviluppo delle tecniche di indagine non invasive delle funzioni cerebrali. Sorprendentemente questi risultati non hanno portato a una maggiore comprensione della coscienza. Eppure la coscienza (fenomenica) è un fatto empirico: qualcosa che quotidianamente si presenta a ciascuno di noi. Com’è possibile che sia così elusiva e misteriosa? Per risolvere l’enigma è necessario superare la visione cartesiana secondo la quale il mondo da due domini separati: la mente e le cose. Come si legge nella via del Samurai: non è bene quando una cosa diventa due. Per capire la coscienza è importante comprenderne la natura dell’essere in relazione con il mondo. Il cervello fa esperienza del mondo esterno. Com’è possibile? In questo articolo proponiamo una teoria basata, non su oggetti statici, ma su un processo fisico (denominato onfene) che può essere descritto sia da un punto di vista relazionale, che rappresentazionale, che oggettuale. Questo processo fisico non è confinato nei limiti fisici del cervello, ma si estende dagli oggetti di cui siamo consapevoli fino a terminare nelle attivazioni neurali. Secondo questo punto di vista la mente è pertanto “allargata” a comprendere tutto ciò di cui siamo coscienti.
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